Piovani a Prato: “Dopo quella scena in Boris, l’Oscar me lo sono ripreso”. L’intervista.

In occasione del suo concerto in quintetto al Politeama di Prato il prossimo 20 febbraio (biglietti ancora disponibili) abbiamo deciso di fare intervistare il premio Oscar Nicola Piovani ad un regista e prima grande cinefilo pratese: Patrizio Gioffredi del collettivo John Snellinberg (La banda del Brasiliano). Il risultato è in un'interessante discussione sul cinema, la musica e la cultura.
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Buongiorno, partiamo dal concerto. Perché la scelta del quintetto?

“Questo quintetto è nato sei anni fa durante una tourné con l’orchestra della mia compagnia: di pomeriggio, nei teatri, per divertimento, provavamo degli arrangiamenti nuovi di vecchi brani, arrangiamenti che scrivevo nelle camere d’albergo, Poi si è presentata l’occasione, in una data a Cuneo in cui non potevamo arrivare con tutti i musicisti: Abbiamo debuttato lì, è andata bene e ci abbiamo preso gusto. In questi anni abbiamo lavorato al repertorio, sia negli arrangiamenti, sia nella scelta della scaletta sera per sera, sia nel modo di suonare. Ora siamo un gruppo ben affiatato: Avena contrabbasso, Cesàri fiati, Filastò violoncello e chitarra, Marini batteria e fisarmonica, ed io al pianoforte.”

Lei ha un rapporto privilegiato con il teatro, soprattutto se si pensa all’esperienza della Compagnia della Luna con Cerami.  Uno degli episodi più affascinanti dell’album “In quintetto” è  “La Melodia Sospesa”, che proviene da uno spettacolo teatrale. Si sente più libero nella composizione della musica per teatro, in uno spazio scenico essenziale?

“Quando scrivo per il cinema mi sento un cineasta-musicista, quando scrivo per le produzioni teatrali della mia compagnia mi sento autore responsabile di tutto lo spettacolo. Quando faccio cinema cerco di entrare, con la musica, in punta di piedi, dentro la poetica dell’ autore del film, il regista. Quando produco opere per il teatro musicale, per concerti teatrali, la responsabilità poetica e stilistica è la mia. Un lavoro è diverso, ma altrettanto impegnativo.”

Lei ha lavorato con alcuni tra i più grandi autori del cinema italiano (Fellini, Monicelli, Bellocchio, Moretti, i Taviani), mentre ha frequentato pochissimo il cinema di genere (ci viene in mente Il Profumo della signora in nero di Barilli o lo stravagante Le orme di Bazzoni). Questo dipende dal fatto che il “genere” (commedia esclusa) in Italia era già in crisi nel periodo in cui lei ha cominciato a lavorare o c’è anche una sua naturale predisposizione per un tipo di cinema più autoriale e spesso intimista? Con quale genere di film le piacerebbe misurarsi oggi come compositore?

“Guardi che sia Barilli che Bazzoni erano considerati autori, erano opere prime o seconde. Il cinema di genere mi prendeva poco in considerazione, in quegli anni la divisione fra cinema d’autore e cinema commerciale era netta. Il primo che mi ha innestato in una commedia diciamo così commerciale è stato Monicelli, con Il marchese del Grillo, e il suo fu un gesto coraggioso. Per invogliarmi mi disse: «Così ti levi di dosso questa etichetta di musicista “mortaccino”», scherzando sul cinema d’autore, che in realtà lui amava molto. Oggi, se capitasse, mi misurerei volentieri con un bel film di genere giallo, thriller per intendersi.”

Ne “Il Minestrone” di Citti, bellissimo film tv a puntate, sono già presenti i tre nomi che 16 anni dopo daranno un contributo fondamentale al successo de “La Vita è bella”: Benigni, Piovani e Cerami. Che ricordo ha di Citti, autore spesso dimenticato, di quel film, del Benigni di quegli anni, dell’orchestrina tirolese che nel finale suona il leit motiv da lei composto?

“Erano tempi spericolati, c’era una sfrontatezza creativa che oggi mi manca un po’. Sergio era un incanto nella sua inventiva naïve, diceva cose profonde facendoci ridere, e frequentavamo tutti molto la categoria dello stupore, del lasciarsi sorprendere, del rischio, il coraggio di sbagliare…”

Ci aspettiamo un’esecuzione dal vivo della “Suitè De André”. “Non al denaro non all’amore né al cielo” è un disco fondamentale per la storia della musica italiana. Non solo per i bellissimi testi, ma per il respiro e la “musicalità” assolutamente rivoluzionaria nell’ambito del cantautorato italiano. È un caso che nel progetto siano state coinvolte molte personalità che lavoravano nel campo della musica da film, da lei in qualità di coautore e arrangiatore a Edda Dell’Orso, storica voce di Morricone, dai Cantori Moderni di Alessandroni a musicisti jazz prestati al cinema come Silvano Chimenti? Come si è approcciato ad un progetto che già sulla carta era immaginifico ed evocativo?

“Ero molto giovane e incosciente. Ho lavorato per tre anni con De André con molta, forse troppa disinvoltura, al limite della presunzione, me ne rendo conto ora. Ma, avevo ventitré anni, fresco di studi e con impeto rivoluzionario. De André aveva la capacità di prendere il meglio da ognuno dei suoi collaboratori. Alcune delle musiche scritte per quegli album le suoneremo mercoledì sera a Prato, non mi sembrano invecchiate e forse, come mi succede spesso, mi emozionerò di nuovo. Chissà, forse la nostalgia…”

Riguardo alla contrapposizione tra “musica alta o seria” e “musica leggera”, che per anni è stata un cavallo di battaglia della critica musicale nei confronti della “musica da film” Nino Rota amava ripetere: “Non credo a differenze di ceti e di livelli nella musica: il termine musica leggera si riferisce solo alla leggerezza di chi l’ascolta, non di chi l’ha scritta. “. Cosa ne pensa?

“Il tema è ancora di grande attualità. Io ho ripetuto più volte che Sgt Peppers dei Beatles mi sembra più profondo, di maggior valore insomma, de la Lodoletta di Mascagni, o della maggior parte delle musiche di Darmstadt. Certa musica, rispetto a certe bufale accademiche, mi sembra più “forte”, per usare un termine caro a un nostro grande critico musicale. Ma sui “generi” musicali regna ancora tanta confusione. Le parole sono mischiate, i concetti deragliati: pensi alla definizione di “musica classica contemporanea”, che è un ossimoro, una battuta. O peggio la “musica d’avanguardia-accademica”, sintagma ancora più comico. A proposito di leggerezza, ci pensi, la musica dell’Italiana in Algeri di Rossini è considerata “seria” e una canzone di Vecchioni è considerata “leggera”. Roba da matti. Comunque, il dibattito è aperto.”

Visto che l’Oscar l’ha perso a giocare a poker (in una delle scene più divertenti di “Boris – Il Film”) ha intenzione di riprenderselo con le carte o di vincerne un altro?  Che progetti ha per il futuro?

“Ho tanti progetti teatrali e da concerto e, in uscita in aprile, un disco di canzoni mie. I progetti sono talmente tanti che non resta spazio per pensare all’ipotesi di altri premi. Comunque, dopo girata la scena di Boris, la statuetta me la sono ripresa, ce l’ho e mi basta, Anzi, mi avanza.”

 

I biglietti per il concerto sono ancora disponibili. Sono acquistabili su boxol.it e alla biglietteria del Politeama pratese. Sono previsti sconti, presentandosi alla cassa del teatro, per abbonati alla Camerata strumentale pratese, allievi della scuola di musica Verdi, studenti universitari, dell’università del Tempo Libero e Università Popolare.