Afterhours: “nella musica italiana manca il desiderio di sentirsi diversi”

L'intervista di Pratosfera al violinista degli Afterhours Rodrigo D'Erasmo. Venerdì in concerto in piazza Duomo a Prato col loro tour per festeggiare i 30 anni di carriera.

0
Condividi

Era il 1987 quando uscì il primo 45 giri di una band formata da Manuel Agnelli alla voce, la chitarra e la tastiera, Paolo Cantù alla chitarra, Lorenzo Olgiati al basso e Alessandro Pelizzari alla batteria. Si chiamava “My Bit Boy”, era rigorosamente in inglese e si rifaceva a sonorità che potremmo ricollegare a Television e Velvet Underground: era il primo lavoro discografico degli Afterhours che oggi festeggiano 30 anni di carriera, potendo attribuirsi il merito di essere una delle band più influenti nel panorama musicale rock italiano degli ultimi decenni.

Sono tante le canzoni che potremmo citare: diventate una dopo l’altra “classici” per diverse migliaia di persone, una generazione che ha visto crescere la band milanese. E’ stato proposto quest’estate “#30”, un tour per festeggiare questo anniversario, proponendo una scaletta ricca di grandi e piccole perle (ecco la scaletta di questo tour), dagli inizi del 90 all’ultimo lavoro “Folfiri o Folfox”. Il tour fa tappa a Prato venerdì 1 settembre in piazza Duomo.

“Sono entrato all’interno degli Afterhours ormai 10 anni fa – racconta il violinista Rodrigo D’Erasmo – durante il tour de ‘I milanesi ammazzano il lunedì’; il mio primo lavoro in studio è stato, invece, ‘Padania’. E’ un disco che arrivava dopo dei sostanziali cambi di formazione, che portarono anche a un cambiamento di approccio creativo ai nuovi pezzi: se fino a quel momento nascevano da un lavoro di jam, si è sentita l’esigenza di dare più importanza al singolo, per creare un’intelaiatura che poi è stata prodotta, creando un risultato davvero massiccio e diverso da tutto quello pubblicato fino a quel momento dagli Afterhours”. In “Folfiri o Folfox” D’Erasmo ha avuto un ruolo ancora più importante, diventando protagonista al fianco di Agnelli in fase compositiva: “è un disco figlio del ‘metodo’ di Padania, la band ha avuto altri cambiamenti di formazione, in quattro anni erano successe tante cose, tanta vita su cui poter lavorare sia a livello di testi che di suoni. Io ho vissuto due anni e mezzo vicino a Manuel, sia come abitazione che in termini creativi. Questo inevitabilmente ci ha permesso di lavorare a stretto contatto”.

Trent’anni di Afterhours, dieci per D’Erasmo all’interno della band, è tempo di bilanci: “lavorare con Manuel e gli altri mi ha insegnato molto sotto tanti aspetti. Prima di tutto quello professionale, oltre a essere è la mia prima esperienza così longeva, è superiore a quelle che ci sono state prima; è stata una crescita: oggi mi reputo un musicista con una grande libertà d’azione, perché mi è stata la possibilità di poterla allenare. L’esperienza sul palco è unica: ogni volta, riusciamo a creare una tensione che non ho mai provato con altri musicisti; dopo aver rodato con qualche data un tour, ancora dopo tutti questi anni mi stupisco della forza espressiva che si sprigiona ogni sera”.

Sulla canzone preferita da suonare live non ha dubbi: “Le verità che ricordavo. La suoniamo rientrati dai bis in questo tour, ed ha una potenza tale che sembra far ricominciare il concerto da capo. Per quanto riguarda il lavoro in studio sono molto legato invece a ‘Metamorfosi’ – la canzone che apre l’album Padania -: è stata un’esperienza fondamentale che testimonia la mia libertà espressiva all’interno del progetto. L’ispirazione di Manuel è arrivata dal colonna sonora finale del film Shutter Island. Da quell’incipit ho cominciato a lavorare agli arrangiamenti e alle orchestrazioni: grande soddisfazione quando ho ascoltato l’opera compiuta e ho visto che era diventata l’open track di quel disco”.

Cesare Basile, PFM, Simone Cristicchi, Muse, Il Teatro degli Orrori, A Toys Orchestra, Calibro 35, Daniele Silvestri, Nada: sono solo alcuni dei musicisti con cui D’Erasmo ha collaborato durante la sua carriera musicale. Ultima esperienza è stata quella di producer alla decima edizione – e presto all’undicesima – di X Factor, anche qui al fianco di Agnelli. “Prendendo ad esempio questa mia ultima collaborazione – racconta parlando della musica italiana di oggi – scegliere canzoni internazionali di livello da far cantare è piuttosto facile, cercando tra la nostra cultura e qualcosa di attuale che viene proposto. Quando si parla di musica italiana vediamo, invece, che è davvero difficile pescare dalle produzioni degli ultimi anni e trovare qualcosa di valido. Non si tratta di un discorso denigratorio: sono una persona che cerca di andare più volte possibile ad ascoltare musica dal vivo, a cercare realtà interessanti, che il più delle volte si ritrovano in provincia, nelle realtà più piccole. Mi sembra che oggi manchi la visione di freakness in chi fa musica nel nostro Paese, noti e non: il desiderio di essere diversi e non ricercare il successo nell’immediato, che sembra essere la sola esigenza oggi. Ci si divide tra chi ha soltanto il piacere di suonare – e molto spesso fa cover – e chi scrive realizzando qualcosa che già esiste, per sentirsi rassicurato. Il consiglio che mi sento di dare a chi vuol far musica nuova oggi è di non aver paura di sentirsi diversi, cercando nel profondo una motivazione enorme per fare questa cosa, che va fatta soltanto se non puoi farne a meno. Se devi scrivere musica mediocre, ne abbiamo già abbastanza”.