ATTENZIONE! Testo ad alto contenuto ironico/sarcastico

Mi preparo, mi metto pure la cravattina e la camicia bianca. Stasera si va nella Corte di Via Genova per la notte di Contemporanea Festival, e bisogna vestirsi a modino. Parto consapevole del fatto che non sarà per i miei gusti una serata piacevole, ma voglio andare a vedere cosa hanno organizzato quest’anno. Carico la batteria del cellulare, nel caso volessi trovare conforto in qualche social network qualsiasi. Arrivo verso le 21,30 (la serata iniziava con l’aperitivo molte ore prima) e all’ingresso della corte vedo sulla destra, quella che sarà a fine serata la cosa che mi ha emozionato di più: un pianoforte a muro scordato, con la meccanica esposta. Chiunque passa di lì non si peritava a suonare qualche tasto.

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Entro, cerco qualche viso conosciuto e mi avvio verso il bar, improvvisato in mezzo al piazzale. C’era un silenzio assordante, da dare fastidio, almeno per i miei gusti. Forse mi aspettavo una cosa più conviviale. Mi si avvicina una mia amica che mi illustra come si svolgerà la serata: capisco subito che le parole fondamentali da non dimenticare durante la serata saranno “Installazione” e “Performance”. In quel momento si stava consumando una via di mezzo tra le due parole fondamentali della notte. Era stato infatti montato una struttura di legno (che apparentemente poteva sembrare un tavolo di un campo scout, per davvero) e all’interno si stava svolgendo una performance che coinvolgeva il pubblico.
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Prendo una birra, 4 euro (cocktail di qualsiasi genere 6 euro, ma per una sera va bene) e inizio a girottolare tra le varie strutture. Ecco una cosa importante: il contemporaneo ti sta addosso. In pochi minuti ai miei occhi e agli occhi di quelli vicino a me, TUTTO sembrava un’installazione: un ragazzo che faceva pipì al muro era una performance, un uomo fermo davanti ad uno schermo poteva essere la visione di un artista berlinese su l’uomo e i media, i panni stesi sulla corte da una vecchia signora era sicuramente per tutti un’introspettiva sul tempo che passa e che asciuga tutti i rapporti umani. Ho pure convinto un uomo che la gru in mezzo alla corte, presente per alcuni lavori di ristrutturazione, fosse un’installazione.
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Proseguo e vedo una ragazza che parla su un piedistallo davanti ad una telecamera: altra performance.
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Entro dentro una struttura con una mostra fotografica: foto scomposte e riassemblate, per far capire la confusione di questa società, molto probabilmente. Uno schermo enorme che proietta parti del corpo di uomo e di donna, e una porta che spunta su una bellissima pianta di edera (seconda installazione preferita della serata, del tutto casuale immagino).

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Bizzarri uomini barbuti e donne con canotte fluo o intellettualoidi con occhiali spessi si aggirano per le sale, commentando tutto e soffermandosi su ogni roba che potesse avere un risvolto artistico contemporaneo (anche lo stucco sul muro che sta venendo via). E ovviamente fotografando rigorosamente tutto col loro smartphone.

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E poi ancora una cascata di proiezioni, reflex al collo, baffi, persone che conoscono tutto il teatro contemporaneo a memoria, e altre che ti fanno sentire in colpa perché non sei riuscito, nella tua umile vita, a vivere un paio di mesi a Berlino, Londra o New York. Esco fuori, puzza sotto al naso tra gli avventori e le avventrici della serata pare abbiano scoperchiato bare.

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Il silenzio assordante è interrotto da una performance fatta da batteria e performer dentro un locale. Forse era meglio il silenzio. “Dalle 23 comunque partirà la musica, in quello spazio là” mi aveva detto la mia amica/cicerone all’inizio della serata. Vado in quello spazio indicatomi e vedo una cosa straordinaria dentro un locale meravigliosamente rosso: una consolle da dj, però invece che coi piatti o lettori cd, le musicassette. “Un djset con le musicassette: figata!” penso. Illuso: era l’ulteriore performance in cui un artista francese (mi pare) creava “rumori”, non saprei come altro definirli, dalle musicassette.

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La noia stava iniziando a dilagare, nemmeno i più temerari critici contemporanei ne potevano più e si stavano riversando sul bar. Forse per dimenticare o farsela prendere bene. Con degli amici troviamo la performance della serata: un bambino di 5 anni con mamma e babbo che gioca con l’ipad e si diverte a chiaccherare con noi. E noi ridiamo, tanto. Bevo l’ultimo bicchiere di vino, mi avvio verso l’uscita. Suono le ultime note sul pianoforte scordato, salgo in macchina e torno a casa ripensando al quella frase letta su una foto qualche giorno fa: “non prendiamoci troppo sul serio, per non essere presi per il culo”.

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