Si gode. Il film  della settimana, nonché dell’anno scorso e salvo smentite pure di quello a venire è THE WOLF OF WALL STREET, il NUOVO CAPOLAVORO di Martin Scorsese. Lo scriviamo in maiuscolo per evitare fraintendimenti. Infatti se fino a Casinò compreso, la frase di lancio in questione poteva parere scontata, vista la quantità impressionante, raramente interrotta, di capolavori inanellati da Scorsese nella prima fase della sua carriera, nei film successivi il nostro sembrava incapace di tornare ai livelli altissimi del passato, incapace di restituire il miracolo equilibrio tra istanze autoriali e intrattenimento dei suoi lavori migliori. Gangs of New YorkAviatorThe Departed e Shutter Island erano filmoni imperfetti, anche a causa delle gabbie produttive imposte da Hollywood,  a cui non giovava tra l’altro la presenza ingombrante di un Di Caprio bravissimo ma spesso fuori parte. Hugo Cabret non ci era sembrato il capolavoro esaltato da molti, un po’ deludente sul piano delle avventure e soprattutto indebolito da una vena di nostalgia un po’ “vecchia” e da un tono dolciastro, quasi spielberghiano.

Con il Lupo di Wall Street Scorsese torna a incendiare. Tre ore da inghiottire di un fiato, con un ritmo indiavolato, come ai tempi di Quei bravi ragazzi e Casinò, di cui il film è un ideale terzo tassello, “finanziario”. Capitalismo selvaggio, dipendenze, sesso, droga, orge, fuck da record, Di Caprio finalmente in parte che ha comprato il libro autobiografico di Jordan Belfort e ha prodotto il film per guadagnarsi l’Oscar che finalmente meriterebbe, un cast formidabile di comprimari da Jonah Hill a Dujardin fino ad un Matthew McConaughey sempre più in palla, Margot Robbie gnocca ai confini della realtà e tanto, tanto coraggio (finalmente!), in un frullato indiavolato di registri che mescola Welles con Landis e che può soddisfare nella stessa misura cinefili e truzzi. Certo qualcuno – tipo il Mereghetti – ha già storto il naso e qualche altro puzzone borghese di mezz’età storcerà il naso per gli eccessi che infiammano il film. Gli dedichiamo tutti i Fuck del film.

“Cos’è il cinema?” – chiedevano a Fuller in Pierrot le Fou. E lui rispondeva: “Il cinema è un campo di battaglia. amore… odio… azione… violenza… morte… In una parola: emozione.”
In due parole: Martin Scorsese.

Parlare di TUTTA COLPA DI FREUD dopo il nuovo Scorsese è come ascoltare una canzone della Pausini dopo un Songbook della Fitzgerald. Questo coso è il nuovo film di Paolo Genovese, quello di Immaturi e della Banda dei Babbi Natale, uno degli inutili del nostro cinema post-Brizzi. Di decente c’è un cast all’altezza con Giallini, la Gerini e la Puccini (certo tutti “ini” rispetto agli attori citati sopra ma vabbè), ma il film, al quale Pieraccioni ha collaborato come soggettista, è una commedia romantica al solita scritta e girata col culo, adatta solo a un pubblico assuefatto dalle fiction.

I genitori, poveracci, dovranno portare i figli a vedere A SPASSO CON I DINOSAURI, che non è un cinepanettone fuori tempo massimo con Massimo Boldi che scorreggia nella preistoria, ma uno strazio in computer graphic, a metà tra il documentario pedagogico e il disneyano.

Di bono I, FRANKENSTEN, adattamento post-Twlight molto libero di una graphic novel che a sua volta adattava molto liberamente il capolavoro di Mary Shelley ha solo la coprotagonista, Yvonne Strahovski, già vista in Dexter.