Calcano il palco del Metastasio due mostri sacri del nostro teatro: Eros Pagni e Tullio Solenghi sono due nomi che ai giovanissimi dicono poco o niente. E allora scomodiamo un po’ la storia: Pagni inizia a recitare nel 1959 allo Stabile di Genova, che rappresenta uno dei teatri fondamentali per la drammaturgia del secondo dopoguerra. Il capoluogo ligure, dopo Roma e Milano, è la città che più di tutte rappresenta la grande rivoluzione teatrale di quegli anni.

Nello Stabile di Genova nasce anche Solenghi, che debutta sul palco nel 1970 con “Madre coraggio e i suoi figli” di Brecht, lavorandoci poi per sette stagioni prima di approdare in televisione e raggiungere la fama con il trio formato da Anna Marchesini e Massimo Lopez (anch’esso creatura del teatro genovese).

Due leoni della recitazione, Pagni e Solenghi, figli dell’alta scuola di uno Stabile che puntava a raggiungere i vertici e che non è secondo al Piccolo di Milano di Giorgio Strehler. Due stelle, la cui luce brillerà fino a domenica al Metastasio pratese con “I ragazzi irresistibili”, commedia di Neil Simon scritta nel 1972 e ceduta al cinema tre anni dopo, per un riadattamento curato da Herbert Ross.

La storia è quella di Willy Clark (Pagni) e Al Louis (Solenghi), due attori comici di vaudeville, ormai avanti con l’età, il cui rapporto personale e professionale si è deteriorato con gli anni a causa di un astio assurdo – quanto divertente – del primo verso il secondo. Si incontrano “forzatamente” dopo undici anni di lontananza perché un importante network televisivo intende fare uno spettacolo rievocativo del vaudeville, mettendo in scena anche la scenetta più famosa dei due, lo “sketch del dottore”. Di fronte al cospicuo pagamento in denaro della rete tv , Louis e Clark non possono tirarsi indietro: si incontrano, si parlano, si squadrano e iniziano a provare spolverando il copione. E qui esplode tutta la comicità di Pagni e Solenghi: ricordando quasi Jack Lemmon e Walter Matthau, i due si punzecchiano, creano giochi dai tempi scenici serrati e divertenti, offrono al pubblico una tensione morbida, elegante, mai banale.

Senza svelare il finale, la commedia va avanti, tra le risate del pubblico, offrendo una riflessione sui rapporti tra il passato e il futuro, tra la memoria di ciò che è stato e le laceranti passioni che i due protagonisti della commedia portano conflittualmente in scena: la luce di Pagni e Solenghi brilla sul palco, oscurando quasi del tutto gli altri attori (Massimo Cagnina poco incisivo, quasi claustrofobico sulla scena).
Una pièce divertente e distensiva, che ricorda quella comicità statunitense degli anni Settanta affermatasi poi con la televisione. Ma ci pensano Eros Pagni e Tullio Solenghi a togliergli quella patina di vecchio e di banale che a volte la ricopre e la sminuisce.

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