Un racconto molto amaro, questo di Enrico Arlandini, basato su una tematica di cui si parla sempre di più negli ultimi tempi: la prostituzione. Ma del resto è una breve storia di discesa agli inferi e riscatto, narrata con una certa enfasi ma anche con un gusto e un taglio del tutto particolari. Djana e il suo salvatore, novelli Orfeo e Euridice (come ammette subito l’autore), affrontano insieme una prova d’amore che si conclude in un finale aperto (o forse no?). A voi la lettura e come sempre, se volete, i commenti. Intanto grazie a Enrico e… continuate a spedire!

E quindi usciremo, a riveder le stelle

Djana lo seguiva a distanza, anche se non poteva esserne certo, per il divieto di voltarsi lungo il tragitto. La scena gli ricordò il mito di Orfeo ed Euridice, emblema di un amore così profondo da non sapersi contenere, fino alla tragedia. Ai lati figure poco rassicuranti smozzicavano insulti in una lingua che non comprendeva, ma l’odio e il disprezzo quelli sì, erano ben chiari. Alcune volte perse l’equilibrio, inciampando su cumuli di rottami e cocci di bottiglia, che lo ferirono alle mani. All’interno del tunnel gli emarginati avevano costruito l’ angolo cottura e gli spazi per dormire; tutto il resto era una latrina a cielo aperto. Non assomigliavano ai vagabondi che affrontavano a testa alta una vita di privazioni e scommesse col destino. Questi erano perfidi e senza valori, tranne quello del denaro, da ottenere a qualsiasi costo. Rabbrividì al pensiero di ciò che Djana aveva subito in silenzio, conservando negli occhi glaciali il desiderio di essere abbracciata e protetta, non posseduta e ferita. La voce roca del capo banda spezzò il filo dei pensieri.

– Avanti, continua a camminare! Muoviti, prima che cambi idea e vi squarti con il mio coltello.
Lei incominciò a singhiozzare e questo gli provocò una stretta allo stomaco. Con tutto se stesso avrebbe voluto correrle incontro per calmarla, ma quegli individui senza scrupoli erano stati chiari nell’ordine di proseguire dritto, qualsiasi cosa avesse udito. Si limitò a sussurrare, sperando che le parole arrivassero alle sue orecchie.
– Мисс маленькая любовь.
Manca poco, amore.
Si augurava che quell’incitamento fosse sufficiente per impedirle di commettere un’imprudenza.

Djana si acquietò e, pur non guardandola, fu certo che stesse sorridendo. Certamente non di quei sorrisi fasulli che riservava ai clienti quando abbassavano il finestrino per mercanteggiare minuti di sesso, le foto di moglie e figli ben nascoste dentro il portafoglio gonfio di banconote. Quando la vide per la prima volta stava rientrando da uno dei turni in fabbrica, sfiancanti e ripetitivi nei gesti. Nessuno lo aspettava a casa; le precedenti promesse d’amore in un modo o nell’altro si erano incrinate fino a sfasciarsi come la chiglia squarciata di una barca. Gli era sembrato tanto stupido innamorarsi di una come lei, sfrontata nell’esibire le sue grazie in abiti succinti, invitando platealmente gli automobilisti ad avvicinarsi. All’inizio l’aveva notata come una macchia di vivace colore nell’oscurità, quindi si era soffermato, rallentando quando la scorgeva da lontano. Pareva impossibile ma lei possedeva un fascino raffinato anche in un contesto che avrebbe dovuto interessare la sola fisicità, senza coinvolgere il cervello. La settimana successiva Djana incominciò a riconoscerlo, strizzando l’occhio e urlandogli di fermarsi. I capelli biondi erano sistemati sempre in una diversa foggia, tenuti insieme da mollette oppure sciolti lungo le spalle. Le lunghe gambe, pallide come la luna, fasciate in uno dei soliti abiti da capogiro. Cercò di dimenticarla, imponendosi di cambiare strada per evitare di incontrarla. La risolutezza si sgretolò una delle notti successive, a partire da un’improvvisa sterzata che lo ricondusse al solito posto. Si concentrò su tutte le ragazze fino a riconoscerla, ondeggiante sugli altissimi tacchi. Dopo averla oltrepassata, rallentò fino a fermarsi. Lei incominciò a fissarlo senza parlare, un’espressione incuriosita sul volto appesantito dal trucco. Quindi, senza aprire bocca, salì in macchina.

Se lui avesse cominciato a spiegarle cosa provava, si sarebbe messa a ridere di gusto, trasformandolo nell’oggetto dei pettegolezzi durante l’attesa dei clienti.
Stava ancora riflettendo su come iniziare il discorso quando Djana elencò le varie tariffe, un copione che di certo conosceva a memoria. La interruppe, sfiorandole una spalla. Le opzioni proposte erano accattivanti e l’eventualità di sdraiarsi accanto a lei lo inebriava, però c’era qualcosa di più. Un futuro da condividere, nonostante fosse conscio che per lei il futuro era l’ordinario ripetersi del giorno presente. Djana stava frugando nella borsetta, alla ricerca di un preservativo o un approccio diverso nei confronti del misterioso ammiratore. Egli ammise che innanzitutto voleva conoscerla, promettendo di pagare la cifra corrispondente al tempo che le avrebbe sottratto. La ragazza ruotò gli occhi, sbuffando. Quindi allargò la bocca in uno splendido sorriso. Ben presto si rese conto che Djana aveva un disperato bisogno di una conversazione differente da quelle che teneva sul ciglio del marciapiede o sui sedili posteriori delle vetture.
Finì per confessare una montagna di speranze, ingenuità, compromessi e patti col diavolo.

Era arrivata in Italia da circa due anni, dopo aver lasciato Ekaterinburg per fuggire alla povertà e un padre violento. La sua avvenenza le aveva permesso di essere selezionata per esibirsi nei migliori locali di lap dance. All’inizio l’esperienza si rivelò positiva: catalizzare gli sguardi di tutti gli uomini, tramite movimenti sinuosi e provocanti, era una splendida sensazione. Qualunque fosse la loro estrazione e posizione in società, immancabilmente assumevano l’atteggiamento dei gorilla in calore, pronti a tutto pur di consumare un rapido amplesso. I problemi sorsero quando gli uomini che le avevano procurato il lavoro smisero di accontentarsi di una percentuale sugli incassi, arrivando ad abusare di lei al termine delle serate, ubriachi e gonfi di rabbia. Avevano raccolto un fiore prezioso dalla Russia e lo stavano recidendo in modo brutale. Il ricambio di ragazze da far esibire nei night per regalare sempre il piacere del nuovo, condusse a un cambio di palcoscenico per Djana. Secondo i suoi persecutori avrebbe dovuto ringraziare di essere finita in uno dei quartieri maggiormente ambiti dalle professioniste del sesso. La via delle grandi bellezze, dove i morti di fame tiravano dritto, lasciando spazio a chi maneggiava consistenti mazzette di banconote. Per le altre Djana era una stupida altezzosa che non mostrava rispetto, pur essendo l’ultima arrivata. Nessuna le aveva mai prestato uno degli abiti che il camioncino consegnava ogni inizio settimana. Così doveva accontentarsi degli scarti, che apparivano magnifici sul fisico slanciato e tornito nei punti giusti, rinfocolando ancor più l’invidia. Djana aggiunse che nella vita era necessario fingere:
amore anche quando nella coppia si stava spegnendo, rispetto per i superiori spesso incompetenti, disciplina verso un’autorità che in realtà veniva disprezzata. Lei la maggior parte delle volte fingeva orgasmi, quindi non ci trovava nulla di strano.

All’improvviso ebbe un sussulto, rendendosi conto dell’ora che si era fatta. Il giovane cercò inutilmente di tranquillizzarla. Djana lo strattonò violentemente, accusandolo di averla messa nei guai. Il blu dei suoi occhi era diventato il gelido mare del nord. Poi il rumore della portiera sbattuta, e un rimbombante silenzio. I giorni seguenti si scoprì arrabbiato con lei per quella fuga precipitosa, sebbene la sua storia di miseria e coraggio lo avesse molto colpito. Evitò di ritornare in quei luoghi, limitandosi a vagare per la città, troppo agitato per riuscire a dormire. Nell’abitacolo percepiva ancora tracce del suo profumo, acre alle narici ora che la dolcezza si era dissolta. Riscuotendosi dai pensieri si accorse di aver raggiunto la periferia, dove le abitazioni erano ammassate l’una contro l’altra. Sotto la luce di un lampione notò una prostituta male in arnese, dall’espressione triste e corrucciata. I corti capelli scuri accentuavano il pallore, ma ciò che risaltava maggiormente era il vasto ematoma sotto un occhio, all’altezza dello zigomo. Sullo sfondo un prato incolto, disseminato di ogni genere di rifiuti. Quella era la punizione per chi sgarrava l’orario di rientro, oltretutto senza consegnare l’incasso. L’avevano privata dei suoi capelli di grano e della vitalità, ma egli avrebbe rimediato, di questo era sicuro. Provò sollievo accorgendosi che Djana non era più arrabbiata con lui; al contrario si dimostrò molto felice di rivederlo. Lo supplicò di non mettersi nei guai, spaventata dalla durezza del suo sguardo. In effetti molteplici soluzioni lo stavano solleticando: le più cruente includevano l’acquisto di un’arma. Al termine di un’animata discussione Djana lo convinse a soprassedere i propositi di vendetta. Rimaneva un’opportunità, complicata e dai risultati incerti. Egli avrebbe offerto di pagare il suo riscatto alla banda che ne gestiva le prestazioni. Ritrovarsi al cospetto dell’uomo che teneva tra le mani la vita di Djana non fu difficile: probabilmente rimase più incuriosito che scocciato dal gesto ardimentoso. L’incontro avvenne in un magazzino illuminato da fioche lampade, disposte a casaccio in un contesto altrettanto squallido. Il delinquente lo squadrava sornione, i pugni appoggiati a delle guance che non conoscevano rasatura da tempo. Il suo atteggiamento lasciava supporre che avesse attraversato ogni tipo di corrente, con una preferenza per le acque scure e torbide. La presunta cordialità venne sostituita da un atteggiamento minaccioso senza alcun preavviso. L’uomo ribadì che non intendeva privarsi di un bene che fruttava un mucchio di soldi. Bene lo aveva chiamato, neanche si trattasse di un buono del tesoro. La situazione precipitò quando a un cenno due guardie del corpo lo afferrarono alle spalle. Venne sdraiato a faccia in giù, la canna di una pistola premuta sul collo. Allora chiuse gli occhi attendendo la fine, preoccupato non solo per se stesso ma per ciò che sarebbe accaduto a Djana.

Invece continuò a vivere: Mikal era un buontempone e i proiettili si trovavano nel taschino della sua camicia di marca. Il prezzo imposto per l’accordo era molto alto: significava privarsi di tutti i risparmi. Ottenere denaro in maniera tanto facile doveva aver soddisfatto la controparte, che voleva godersi l’ultimo spettacolo, costringendo i due innamorati a proseguire in fila indiana fino all’uscita. Sembrava impossibile che accanto alla società cosiddetta civile potesse esistere un mondo parallelo intriso di sporcizia morale, dove le ombre erano sordide e sfuggenti. Gli spettatori della lenta processione cominciarono a percuotere le intelaiature metalliche che rivestivano le pareti. Combinando quei rumori con dei suoni gutturali, assomigliavano a una popolazione indigena che si stesse preparando per un sacrificio umano. Non doveva assolutamente voltarsi, nemmeno adesso che lo scalpiccio di passi stava allertando i suoi sensi. Altrimenti la sua Euridice sarebbe rimasta all’Inferno, separata da lui per l’eternità. Eppure lo fece, avvertendo una situazione di pericolo. Djana non lo stava osservando, ipnotizzata dalle armi spianate. Magari stavano fingendo anche ora, azzardò, e da quelle pistole non sarebbe partito un colpo. Nel contempo avvertì il passaggio sulla guancia di un’unica lacrima, amara come il sapore dell’inganno.

Enrico Arlandini

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