Non ci vuole molto a riguardare un minuto di quello andato in onda iersera poco prima della finale di Coppa Italia  e non provare vergogna. E’ un esercizio cui noi italiani siamo abituati, almeno subito dopo vicende del genere e soprattutto prima che venga lunedì, giorno in cui ci saremo già scordati d’ogni cosa come tradizione vuole.

Poco prima dell’annuncio ufficiale che la partita si sarebbe giocata, iersera le telecamere della Rai hanno lavorato parecchio per individuare tra le altre le facce di personalità di spicco della politica e del mondo del calcio. C’era il presidente del Consiglio Renzi, il presidente del Senato Grasso, il presidente della Figc Abete, il ct della nazionale Prandelli più i presidenti di Fiorentina e Napoli, altri ancora.

Quelle facce contrariate e allibite, venivano alternate a inquadrature degli spalti napoletani dove stava andando in scena il siparietto che oggi ci fa indignare tutti, quello col grugno di “Genny ‘a carogna” in primo piano che dava l’ok alla partita.

Sequenze imbarazzanti per qualsiasi paese che ami definirsi civilizzato, quelle del capo ultras. Su questo siamo talmente tutti d’accordo che in queste ore ci troviamo schifati e indignati avanzando tutti la nostra personale ricetta sui social, al bar, in casa o da qualsiasi altra parte come se si fosse sul punto di una rivolta civile contro le schifezze di quello che gira intorno al calcio e che la politica non riesce a cambiare.

In modo molto meno plateale però, gli indignati e gli schifati sono probabilmente d’accordo anche su un’altra cosa. Che non cambierà niente.

Hai voglia a lavorare per cambiare l’Italia: il punto in cui siamo fermi da decenni è questo, anche se ci piace far finta che non sia così e ogni giorno la politica s’inventa qualcosa per dimostrarlo. Iersera ne abbiamo dato prova un’altra volta in mondo visione.

In Italia, i “Genny ‘a carogna” sono tanti e hanno sempre ragione.

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