E’ difficile trovare le parole per una simile tragedia, perché chiariamoci subito di tragedia si tratta, senza bisogno dell’attributo “sportiva”, per una squadra umiliata, per un paese che tanto aveva investito nell’appuntamento, per un popolo intero che impiegherà molto a svegliarsi dall’incubo.

Sì, certo, si può far notare che solo di un gioco si tratta, in cui undici giocatori prendono a calci un pallone, che il Brasile vive quotidianamente, da sempre, drammi ben peggiori come la miseria, la criminalità e tutto quello che si vuole… ma sta di fatto che quel gioco rappresenta l’anima di un popolo che nel calcio ha la sua fede che non lo ha (quasi) mai tradito, nei campioni i propri idoli di riferimento, spesso esempio di un riscatto sociale e di orgoglio collettivo. Un popolo che in questo momento vive l’atroce sofferenza di vedere il tempio in fiamme, raso al suolo, distrutto, sotto le incursioni degli invasori tedeschi. Non comprendere quel dolore, significa non avere rispetto del Brasile, non avere rispetto del suo popolo.

Nel 1950 la clamorosa sconfitta in finale, nel torneo giocato in casa contro l’Uruguay, causò la morte di quasi cento persone (più di una cinquantina suicidi, gli altri colti da infarto per via del dispiacere). Possiamo solo augurarci che non succeda niente di simile, viste soprattutto le tensioni che hanno accompagnato la vigila e lo svolgimento di questo torneo.

Si parlerà molto sull’assenza di Neymar o (soprattutto vista la disastrosa prestazione della difesa) di Thiago Silva, come cause decisive della disfatta della Seleçao. Ma la verità è una sola: questo è il Brasile più sopravvalutato della storia recente.
E lo si era capito proprio dal terrore dentro lo spogliatoio dopo l’infortunio della sua migliore stella. Nel 1962 il miglior Pelé si fece male dopo la prima partita, poco male, Amarildo lo sostituì egregiamente, Vavà e il mitico Garrincha fecero il resto e il Brasile si riconfermò campione del mondo. E Neymar non è e non sarà mai come Pelé.

No, non è una questione tecnica, ma mentale. Una squadra che fin dall’esordio è apparsa contratta, imbolsita, vittima di un’ansia da prestazione che ha reso necessario l’intervento di psicologi per comprendere le ragioni di prestazioni opache, solo in parte nascoste dai numeri di Neymar, favori arbitrali, prodezze di Julio Cesar e dal culo sfondato dimostrato nella partita contro il Cile, in quella traversa maledetta di Pinilla che ora si starà mangiando le mani.

Sia chiaro, che la Germania fosse la squadra più forte come collettivo, lo si era compreso fin dal primo giorno, l’aver superato indenne anche serate poco felici, ne era l’ulteriore dimostrazione. Ma una vittoria del genere nessuno avrebbe potuto metterla in preventivo.

Perché al di là dei meriti di una squadra costruita in maniera straordinaria da un tecnico intelligente, elegante e preparato, con un progetto vero, costruito nel tempo, in cui una federazione ha avuto coraggio di attuare un ricambio generazionale, aprendo la porta ai figli dei migranti, diventando un simbolo calcistico di integrazione, attraverso la parola magica: programmazione (ogni confronto sottinteso con la situazione italiana è puramente voluto), la dissoluzione del Brasile non può trovare ragioni e quindi alcun conforto.

Serata che passerà alla storia per il 16esimo goal di Miroslav Klose (partito per il Mondiale come riserva) nella competizione mondiale, un record assoluto, soffiato proprio, crudeltà del calcio a Ronaldo in quella che passerà alla storia come la più terribile serata della storia brasiliana, pari solo al Maracanazo.

Ci auguriamo che Felipe Scolari abbia avuto un piano b per uscire dallo stadio e uno per farlo dal Brasile, come fece nel 1950 il suo predecessore Felipe Costa.

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