Un articolo comparso sulla Nazione il 7 settembre 1938 XVI E.F. (Sedicesimo anno dell’era fascista) girato molto su Facebook questa estate, racconta il “ritorno” a Prato della “Fiera”, la più antica della Toscana. Non solo, l’articolo racconta l’attaccamento che avevano i pratesi per un appuntamento che il Regime Fascista annunciò di rilanciare e in parte di trasformare facendone non solo un momento di festa ma anche una dimostrazione di quello che i pratesi erano in grado di fare.

L’articolo, che riportiamo in forma integrale, lo abbiamo suddiviso in capitoli per renderne più facile la lettura. Un articolo da leggere come una breve immersione nel clima che si respirava a Prato durante il Fascismo e anche come cimelio di un certo giornalismo d’epoca.

“Fiera”: una parola, un popolo

“Non s’era mai detto apertamente; ma oggi che questa grande e bizzarra parola «Fiera», in virtù di nuove comprensioni ed in vista di maggiori orizzonti, c’è stata resa nella sua più completa e pura integrità, noi, pratesi non per odioso sentimento di campanile, ma per innata spontaneità di sentimenti e di semplice affetto di tradizione, ci risentiamo a tutt’agio di nuovo in casa nostra.

Questo ritorno si riallaccia, nei secoli, a tutte le aspirazioni e a tutti i traffici delle genti del Bisenzio; riprende in armoniosi là di multiforme attività economica e commerciale il suo vero nome come non meno ritrova tutte le caratteristiche di colore, di tempo e di luogo di questa grande e celebrata «sagra» popolare di Toscana. Del resto (ed è cosa già detta su queste colonne), il purismo se non l’esattezza informativa dei vocabolaristi e dei grammatici di tutti i tempi ce ne han dato da vendere e da serbare per ogni tempo passato, presente, futuro; cosicché ciò che diciamo «ritorno» non è che una ripresa di un nome naturale che arriva, nella sua estensione classica, a toccare tutti i punti cardinali di quanto può esser rassegna comune di prodotti, d’industria e di economia di tutti i popoli

Nel nostro panorama, così denso nel suo programma di colori vivacissimi, d’iniziative – di geniali iniziative – di manifestazioni popolari e artistiche, si rinnovano le tappe per dare, ormai a questa «Fiera di Prato », nel segno fulgido del Littorio, il suo vero aspetto, la sua espressione più aderente alle fonti naturali di pensiero, e, arte, di prodotti di una terra ch’è al centro della sua regione. Mentre, dunque, resta in questo nuovo ed armonioso complesso di festa popolare, quella gioia casalinga tipicamente nostrana e fieraiola di cui, gente di dentro e di fuori porta, ha bisogno per un necessario rinnovamento della vita di tutti i giorni; mentre si adunano artisti, associazioni, gruppi caratteristici e l’arte pucciniana ricanta le sue mirabili armonie, sta per imperare su basi salde e bene edificate, per merito dell’on. Podestà, il fulcro di una manifestazione annuale che deve avere ed avrà nel futuro, la vera ed inconfondibile fisionomia di questa Prato ricordata per i suoi cento camini fumanti, per la sua plaga ferace, per la volontà e l’antico genio dei suoi artigiani!

Tutto questo vedrà domani il Rappresentante del Governo Nazionale inaugurando le diverse Mostre e dalle sue parole, in nome del Governo Nazionale, dal consenso totalitario di popolo, sarà ripresa un’altra tappa con rinnovata fiducia per l’affermazione immancabile di una «Fiera» che dovrà esser fine a sé stessa nel fervore di sempre maggiori e possibili iniziative. E giacché c”è concesso, fortunatamente, di parlare di «rinnovazione» e di «ritorni», le immagini riaffiorano”.

Piazza Mercatale

La presentazione della fiera in piazza Mercatale con le novità e l’annuncio della  ri-appropriazione del concetto più vero di fiera a Prato: meno giochi (fuochi d’artificio, corse di cavalli), più manifestazioni di quello “quello che fummo e siamo capaci di fare”.

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Corse di cavalli in piazza Mercatale. Foto Prato Scomparsa.

“Gli uomini del mezzo secolo, o quasi, rivedono, con occhi di rinnovato amore, sulla grande piazza mercatalina la rotondità novecentesca di un edificio a simiglianza di quello che fu una tra le più spiccate caratteristiche della «Fiera» e lo rivivono. Ma l’anello, risorto come per incanto di un’epoca nuova – non certo più quello che la vecchia provincia bonaria e ridanciana se ne fece, in parte, un tempio di casta per le nobiltà dei tempi – spiegando domani tutte le sue bandiere al vento, diventa recinto di opere, di lavoro, di strumenti, di prodotti, di dimostrazioni utili e sagge, di creazioni e di modernità; diventa, nella parola del tempo mussoliniano, recinto e « autarchia ».

Non vi saranno, più nel grande ed irrequieto anfiteatro pratese le corse al trotto per la gente di casa e per la gente di fuori; non risplenderanno più nella notte dell’ultimo giorno di «Fiera» i fuochi d’artificio; ma in compenso nel cerchio nuovo, pavesato a festa, potremo vedere, di anno in anno, ciò che fummo e ciò che siamo capaci di fare onorando l’Italia e Prato.

Quando ci parve, per ricercar del nuovo, adeguando la manifestazione pratese su altri modelli di natura più o meno diversa, di ribattezzar questa «Fiera», del contado, in specie, che aveva sempre battuto nei dolcissimi e miti giorni settembrini, le strade bianche e assolate che conducono alle cinque porte di città, parve disorientato. Cercò, sì, nella sua mente quel grande punto di partenza fissato dalla patriarcalità dei riti e delle tradizioni familiari e che chiamava «Madonna della fiera» ; ma si accorse nella sua semplice intimità ch’era tramontato un ordine di date che stava tra la natività della Vergine e quel «fierino» d’antica memoria; e s’immalinconì.

Seppe che non si doveva dir più a quella maniera e non lo disse; ma soffriva. Soffriva di una nostalgia lenta, fatta di ricordi e di tempi andati, che in fondo – dice – questa «Fiera» la faceva anch’esso, e ritornando per vie e piazze di città si ostinò a credere che c’era ancora tutto e che non c’era più nulla. Tornerà, non tornerà…. Mah! Chi sa!…”.

La regina delle feste popolari in Toscana

Dove l’autore ripercorre la storia dell’appuntamento settembrino pratese, raccontando non solo quello che avveniva ma anche come la fiera fosse capace di attrarre persone che raramente abbandonavano le proprie case e le proprie terre.

“Questo strano fenomeno del cuore di gente rude e andante che tentava più per istinto che per ragionevolezza, di salvare la forma di una tradizione onorata e tramandata, pare ricerchi la sua origine nei secoli invocandola come una verità luminosa e inestinguibile. Documento, questo, invisibile, ma prezioso che appartiene alla gente del pratese lasciato dai padri in eredità spirituale come tutte le cose buone e semplici; documento che risale in origine ad epoche da noi lontane da che fiera e fiera.

La quale fu un po’ la regina delle feste popolaresche di Toscana, la Repubblica gigliata ce la guardava; Pistoia anche; e se n’eran tutti un po’ invaghiti.

La festa della «Fiera» era una tra le maggiori solennità pubbliche. A l’otto di settembre ecco apprestarsi sotto le Logge del Palazzo dei Priori il Gonfaloniere nella divisa di gala col seguito dei trombetti comunali e la Corte pratese riceveva l’omaggio di Firenze e di Lucca che inviavano le loro rappresentanze in costume. Sì vedevan tinte vivaci, corse e giochi di richiamo, lotterie pubbliche e luminarie e poi, e poi chi sa che cosa! Anche allora, come sempre, molta allegria; anzi, moltissima! In fatto di robe mangerecce, decantata intorno ai rustici portici e nelle trattorie di grido, sembra che codesta gente fosse alla pari con quella d’oggi e che anche allora si sapesse alzare il gomito anzichenò. I cantastorie, gli estemporanei, i declamatori, gl’indovini (vattelapesca che razza di futuri dovevan predire!) non lavoravano se prima non s’erano riconciliati con Bacco.

Anche il Granduca, Leopoldo II, se la diceva con la «Fiera di Prato!». Eccome!

A ottocento inoltrato, ecco le «Fiere» opime e opulente, borghesi nel senso vero della parola, sulle quali l’umanità, uscita pel rotto della cuffia da ogni sorta di guerriglie e di competizioni, potrà ormai adagiarsi liberamente e divertirsi. E’ l’ora di darsi al bel tempo e la gente cittadina e campagnola non fa di noccioli: si sbizzarrisce! E’ il trionfo di una giocondità un po’ romantica, di una rivalsa un po’ sfrenata; ma i pratesi che lavoran tutto l’anno sui telai, sull’intaglio e sulle mezzine di rame per la «Fiera» si danno alla pazza gioia; e incominciano per la «Madonna di settembre».

Anche la campagna ci si butta sotto. Non molto più tardi sorgeranno le primissime figure paesane, idoli perfetti d’una letteratura tutta nostrana, i bei «tipi» dell’antico stampo che ti rimangono perplessi davanti ad un tiro assegno ed alla prima ancolina che trovano e che a sera tornando a casa, dopo aver lasciato in Prato financo le penne maestre, finiscon per dire «I miei campi, le mie bestie, la mi’ aia… Il resto son tutte trappole! ». Ma l’anno dipoi ci ritornano e faranno e diranno sempre allo stesso modo.

Il secolo declina. Ancora dal «palco de’ nobili» sporgerà, tra una corsa e l’altra, una gala innocente, un cappellone sovraccarico di fiori secchi e di guarnizioni, ultimi relitti, come una canzone notturna d’un trovatore innamorato, di un’epoca che irreparabilmente tramonta. Domani, su queste memorie che hanno lasciato un passato inconfondibile e non infecondo, si inaugura la « Fiera di Prato » dell’anno XVI dell’E. F. I colori sono accesi, vividi, nuovi fiammanti; la giocondità è piena come quella dell’antico e per l’aria passa, agitando il tricolore dai pennoni di Piazza Mercatale, il grido di festa”.

Foto: La vecchia PratoPrato Scomparsa

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