I critici hanno rotto il cazzo.
Siamo subissati dalla medietà più totale, da fiction prestate al grande schermo, da una piattezza stilistica totale, da sketch comici dal fiato corto, dalla totale mancanza di coraggio di un mercato fatto per target precisi e decisi sempre a colpi di maggioranza.
E mentre gli stronzi di cui sopra sembrano passar sopra con benevolenza alla mediocrità delle operine tutte uguali dei vari Genovese, Genovesi, Pif, Miniero, Manfredonia, Cotroneo o esaltarsi per qualsiasi cacata pseudo-documentaristica prodotta nell’ambito della neopornografia del reale loro con chi se la prendono? Con Ciprì. Autore dello splendido, miracoloso E’ stato il figlio, il vero ritorno ai Brutti, sporchi e cattivi (altro che Reality) dei crepuscolari, funerei secondi anni 70 della commedia all’italiana.

E’ veramente sorprendente e avvilente la violenza contro cui la critica si è scagliata in toto contro il nuovo film di Daniele Ciprì, LA BUCA, tacciato di essere addirittura un film “pericoloso”.
Perché La Buca, che – lo diciamo subito – è un passo indietro rispetto al film precedente in virtù di alcuni evidenti problemi di sceneggiatura e di tono e non ha la forza intellettuale di Belluscone (sì ok, Maresco era il più filosofico tra i due) – ha comunque quello che manca oggi al cinema italiano: è un’opera stilizzata, con un grande lavoro sulle scenografie, sui costumi, sulle musiche di Pino Donaggio, è un’opera fuori dal tempo e dallo spazio, lontana dal reale, incline alla farsa, al grottesco, alla fiaba cinematografica, al fantastico che richiede al suo pubblico la capacità di sospendere l’incredulità. E per tutto questo va difeso, sostenuto, visto.
Certo i modelli dichiarati fin dagli splendidi titoli di testa dei Lemmon/Matthau e degli Wilder/Edwards rimangono lontani, ma deo gratia una volta tanto si punta in alto, si copia dai migliori, invece che adeguarsi ai blandi, sterili copia e incolla del cinemino italiano. Forza Ciprì.

E’ da vedere anche il PASOLINI di Ferrara, che ha diviso pubblico e critica a Venezia specie per la scelta di far parlare Dafoe metà in inglese metà in un italiano imparato sui cd De Agostini un paio di settimane prima delle riprese.
Visto doppiato guadagna. A prescindere dalla questione linguistica non è un film del tutto riuscito, come quasi tutti gli ultimi Ferrara, ma come quasi tutti gli ultimi Ferrara (anche il bistrattato, cassavetessiano Go Go Tales, sì) è cinema vivo, contraddittorio, visivamente coraggioso, potente, libero come poche cose si possano vedere al cinema oggi. Pur nelle difficoltà produttive e nei collaboratori non sempre all’altezza lo sguardo resiste.

Chi ama film più tradizionali vada a vedersi POSH, tratto da un dramma teatrale e ambientato a Oxford, con un cast di giovani promesse. Uno di quei film sugli aristocratici giovani belli e cattivissimi che fanno sentire a posto la coscienza degli spettatori orghesi di tutto il mondo.

Non abbiamo ancora visto LUCY, l’ennesimo cazzatone di Luc Besson, tra i registi più sopravvalutati di sempre. Però la Johansson è sempre più bona ogni film che passa quindi andrà recuperato a prescindere. Maledetto Besson.

Misteri. Al cinema non sono arrivati i due capitoli della bellissima saga action di The Raid, ma arriva THE PROTECTOR 2, che comunque nel suo essere film di merda può almeno esibire le gesta atletiche di Tony Jaa, specialista di arti marziali e protagonisti del notevole Ong Bak.

Quanto a PONGO IL CANE MILIONARIO basta il titolo.

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