Nolan è uno furbo, si sa. Non è il nuovo Kubrick, come qualche critico 2.0 folle invasato si ostina a ripetere – Ciccio, ma di cosa stiamo parlando? Semmai è la versione mainstream di Lars Von Trier, ovvero un cineasta indubbiamente dotato quanto disonesto, capace di giocare sui generi, gettare fumo sugli occhi e giochetti di prestigio milionari per mascherare la fuffa.

INTERSTELLAR finisce per sbandare più dalle parti di un Gravity – con la stessa carica sentimental-melodrammatica hollywoodiana – che di un 2001. Semmai è un 2001-wannabe con le istruzioni a latere, con una quantità di spiegoni inusitata spalmata sui quasi 170 minuti di erezione dello studio-system, una prova di forza non indifferente con i quasi 170 milioni di budget sparati sullo schermo in 70mm e un “nasty, nasty baby” sussurrato in sottofondo. E quelli che citano Tarkovskij sono gli stessi che lo citavano per Melancholia del danese diabolico, ovvero un fraintendimento dello stesso da parte di un pensiero debole e arruffone.
E ciononostante Interstellar, come tutti i film di Nolan – e come tutti i film di Von Trier – , va visto. Anche per alimentare il dibattito 2.0 sul web, per il loro valore metatestuale che va oltre il film, che fa parlare del cinema, recuperare visioni – cosa che il nostro cinemino italiano titolo rosso su sfondo bianco è totalmente incapace di fare. Certo preferivamo un cazzatone dichiarato tipo Inception, tutto giocato sulle forme di un cubo di Rubik visivo stordente, filosoficamente più onesto, meno ambizioso. Più Rubik, meno Kubrick insomma. Però vabbè.

Non esce purtroppo nei cinema pratesi quello che sarebbe diventato senza dubbio il film della settimana: SILS MARIA, ennesimo filmone di Assayas. Forse non limpido come Carlos e Qualcosa nell’Aria, ma sempre libero e vivo come il migliore cinema francese post nouvelle vague. Segna per altro il lancio dell’adorabile scucchia di Kristen Stewart nel cinema d’autore europeo (sì, fa vedere pure il culo). Peccato.

Più convenzionale TRE CUORI, con la Gainsbourg, la Deneuve, la Mastroianni, storie d’amore dominate dal caso alla Sliding Doors, dialoghi, drammi e un cuore da thriller hitchcockiano. Ottimo intrattenimento, da vedere ma sui rapporti tra compromessi e desiderio ha detto di più – e meglio – James Gray con Two Lovers.

Ficarra e Picone, comici tristi senza la faccia e la virtù dei tradizionali comici tristi, titolano con la garbata discrezione che piace tanto ai moderati ANDIAMO A QUEL PAESE. Accomodatevi.

Arriva fuori tempo massimo DORAEMON 3D. Meno scrauso rispetto a simili operazioni di recupero (la terribile Ape Maia), può contare su ingenti capitali giapponesi e una dignitosa cura formale e narrativa. E il doppiaggio italiano – Deo Gratia – evita il coinvolgimento dei vari Fabio Volo, Max Giusti e Gerry Scotti.

Da segnalare infine – non arriva in sala a Prato e questa volta è un bene – il nuovo, terribile film del fascistissimo, gambizzatissimo Stefano Calvagna: NON ESCLUDO IL RITORNO, instant biopic sul povero Califano. Rimane un mistero come Calvagna, dopo un’interminabile serie di flop, continui a fare i film. Terrificante.

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