Vabbè. GONE GIRL è il film della settimana e uno dei film dell’anno. Altro che le seghine di Nolan: tra i fuoriclasse della new new Hollywood Fincher ormai non lo ferma più nessuno. Questo Gone Girl non è – lo diciamo subito – al livello dei capolavori Zodiac e Social Network, perché qui c’è Ben Affleck e là c’era una maggior solidità narrativa dietro, ma lo stile, come nel precedente Millenium è sublime. Un manuale di montaggio, fotografia (nelle forme post-classiche del miglior digitale assieme a Michael Mann) e musica perché Trent Reznor ha fatto ancora un volta un lavorone coi controcazzi.
E alla fine non è banale nemmeno il modo in cui ti tiene per le palle per 240 e passa minuti, ribaltando come un calzino quello che alla fine è un romanzaccio da thrillerazzo anni 90 pieno di twist a sorpresa alla Joe Eszterhas – e già arrivano le accuse di misoginia delle femministe più retrograde quando il film è un inno alla Femmina Cinematografica. La statura dei grandi, si sa, si misura anche quando questi si confrontano con la spazzatura (e Fincher aveva già vinto la sua battaglia nel rileggere le puttanate svedesi cyberpunk del film precedente).
Certo Affleck, quando non dirige, è sempre un tonno, ma il gioco come in Eyes Wide Shut è tutto al femminile, questa volta attorno agli occhi piccoli e al fascino grande della Gone Girl Rosamund Pike.

IL RAGAZZO INVISIBILE è la via tutta italiana al Cinecomics. Una via, purtroppo, sempre piena di mezze misure. Il Kick Ass paternalista di Salvatores – un miracolato come Luc Besson senza un’industria dietro come quella francese – è mascherato da film per ragazzi, ma i ragazzi sono guardati costantemente dall’alto. Dai genitori, dai Bentivoglio e dalle Golino. Perchè ormai si sa, non è possibile uscire dalla commedia, entrare in un genere e trovare la Golino che ti aspetta a farti la paternale che non l’ascolti. E ti viene voglia che il ragazzo invisibile (bella faccia pensata per le ragazzine), oltre che invisibile diventi sordo.
Ne viene fuori un film ombelicale e al solito totalmente irrispettoso nei confronti del genere, l’equivalente filmico di un articolo di Concita De Gregorio sugli adolescenti pubblicato da Huffington Post.
Interrogato sul perché abbia scelto il potere dell’invisibilità Salvatores ha risposto, con più onestà di quello che lascia trasparire il film: “I produttori l’hanno imposto: costava meno”. Si vede. Ma a parte la domanda sorge spontanea: che credito si può dare a Salvatores per un’operazione fallita (sia chiaro, solo da un punto di vista del botteghino) nelle mani di specialisti come Carpenter e Verhoeven? C’è da sperare di essere smentiti, per il futuro dell’industria italiana. Con la speranza che però si rottamino pure i registi e qualche volta gli attori. Se no rischiamo di vedere Neri Marcorè nei panni dell’uomo ragno diretto da Pupi Avati

E poi soprattutto perché i ragazzini dovrebbero preferire Salvatores al nuovo film di animazione Disney, che è proprio un adattamento Marvel, BIG HERO 6, a metà tra il cinema dei supereroi a stelle e strisce e una gestione del sentimento che rivela sempre più l’influenza di Miyazaki sulle nuove squadre di creativi disneyani? In attesa del ritorno in grande stile della Pixar migliore con Inside Out questo Big Hero è da annoverare tra i migliori film di animazione dell’anno. L’anno scorso con Frozen e tutte quelle canzoncine, babbi, vi era andata peggio.

Esce anche il terzo capitolo dello HOBBIT ovvero “come rendere il più leggero e divertente tra i romanzi di Tolkien una palla micidiale di 11 ore complessive – parte III”. Insomma, per quanto vogliamo bene a quel cazzone di Peter Jackson, il processo di uniformazione alla saga principale ci è sembrato una formula ibrida sinceramente fallimentare. Certo rispetto al secondo, ma soprattutto rispetto al primo capitolo, ci si annoia un po’ meno perché le botte sono tante e la battaglia lunghissima e piena di sorprese. Ma in questo mare di epica in CGI e di movimenti roboanti si è atrofizzato lo stile ed è svanito del tutto quel residuo di fascino nel mescolare effetti speciali artigianali con le nuove tecnologie.

Volfango de Biasi – che cazzo di nome -, già sceneggiatore di svariati cinepanettoni e regista di uno Iago terrificante col terrificante Vaporidis, arriva al cinema con un cinepanettone tutto suo, UN NATALE STUPEFACENTE. Con Lillo e Greg. Che sono bravi e meriterebbero qualcosa di più.
Certo si ride più che col nuovo Boldi ma insomma, tirati su le ciocce! (a proposito, visto il genere, dove sono finite?)