Sono tornati gli anni 80: Adrian Lyne, Nove Settimane e mezzo, Eleven Days Eleven Nights, Fausto Papetti, il soft-porno, “Ti passo un cubetto di ghiaccio intinto nel Cointreau sulla pancia dopo di che ti scopo bendata”.

50 SFUMATURE DI GRIGIO esce in 1000 copie. 1000. Qualcuna meno dell’ultimo Zalone – pure quello un ritorno agli anni 80 della comicità. Un record. Ed è record di biglietti venduti in prevendita: 200.000. E di manette comprate su Amazon. Speriamo contribuisca almeno all’aumento di scopate. La Concita de Gregorio accende i motori, per una tirata sociologica. Già su Vanity Fair c’è chi sragiona di “violenza sulle donne”. Come se due frustate consenzienti prima, durante o dopo l’amplesso non fossero infinitamente lontane dai ceffoni per una camicia stirata male e dalle umiliazioni routinarie. Ma insomma il film com’è? Com’è?
Loffissimo.

Lento, patinato, poco coraggioso nel senso “hard” del termine, erotico come un Bataille mortificato, dimenticato, riscritto da Gramellini e commentato in diretta da Fazio e Fabio Volo.

C’è un pochino di pelo – per fortuna! – e un po’ più di sesso rispetto alla media hollywoodiana e la figliola della Griffith è veramente caruccia e funzionale e sexy e generosa. Ma il lato “sadomaso” è blando, mai sporco come avrebbe dovuto essere (Basic Istinct è Rocco invade la Polonia a confronto), lui è anonimo come il protagonista di un film di Joe D’Amato degli anni 80. Come un attore porno di cui dimentichi la faccia. E la chimica salta. E la scintilla non scatta. E nessuno ti verrà a dire, come in Orchidea Selvaggia, che hanno “scopato veramente” sul set. Perché non ci crederebbe nessuno e il convintone nordeuropeo che interpreta Grey sta a Mickey Rourke come Siani a Troisi. E le battute che è chiamato a ripetere suonano terribilmente ridicole. E come attore sa restituire una sola sfumatura di grigio, ma questo non è un western e manca il sigaro. Sì, niente sigari, ci mancherebbe.

1000 copie sono tante e i cinema sono pochi. E infatti non arriva a Prato quello che sarebbe stato il film della settimana, WHIPLASH, il film definitivo sulla “batteria”, un Karate Kid musicale d’autore con un J. K. Simmons che meriterebbe tutti gli oscar del mondo. Speriamo di poterne riparlare.

Candidato all’Oscar come miglior film straniero del 2015 TIMBUKTU è opera di uno dei più grandi registi africani, Abderrahmane Sissako. Storia di fondamentalismi, con un uomo che finisce sotto processo e donne costantemente umiliate in nome di Allah, mentre tutto il resto del mondo sdogana il sesso sadomaso. Un film necessario, oggi più che mai, con inaspettati momenti poetici e grotteschi (il gruppo di jihadisti dipinti come certi fascisti del cinema di Monicelli). Certo bisogna essere predisposti e il cinema africano is the new cinema iraniano, con tutti i pregi (molti) e i limiti (pochi) di un post-neorealismo trapiantato di continente. Ma è Cinema. E di una purezza spesso sorprendente.

Altro candidato all’Oscar SELMA è un educato ma genuinamente emozionante biopic su Martin Luther King. E in particolare su un episodio che ha cambiato la storia americana, la marcia dei neri da Selma a Montgomery. Grandi polemiche in America – con il sempre incazzatissimo Spike Lee e George Lucas in testa – per l’esclusione della regista, afroamericana, dalla cinquina dei candidati alla miglior regia. Ma la regia, convenzionale e “di servizio” al racconto, ci è sembrata un limite dell’operazione.

Liam Neeson ci mette l’angoscia. E’ ancora segnato dallo sguardo corrucciato di Schindler. TAKEN 3 è il terzo capitolo di un thriller senza infamia senza lode. Pure questo senza infamia senza lode. Sempre che sopportiate Liam Neeson.

Saranno contenti i genitori, perché il film da bambini della settimana, SHAUN, VITA DA PECORA è un ottimo prodotto d’intrattenimento. Humour britannico senza parole, slapstick, risate. La miglior prova cinematografica dello studio di Wallace & Gromit.

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