Flavio Giurato è uno dei segreti meglio custoditi della musica italiana. Un personaggio difficilissimo da definire. Un cantautore, probabilmente. C’è chi lo definisce un genio, un outsider. Di sicuro uno che non si ammazza di iperproduttività: cinque dischi in 37 anni. Quasi un record. Perché Giurato è così, fa dischi solo quando l’idea e l’ispirazione arrivano. Poco importa come, con chi, il marketing, la strategia. Per Giurato esiste solo una cosa: l’urgenza di arrivare. Lo stenderti. Il sovvertire ogni regola e il coglierti impreparato ogni volta che lo ascolti. E Flavio Giurato sarà in concerto all’Ex Fabrica di Prato (via Targetti, accanto al Teatro Fabbricone) lunedì prossimo, 8 giugno alle ore 22.

Ho conosciuto Flavio Giurato, come tutti quelli che all’inizio degli anni 80 bazzicavano di musica, grazie a una trasmissione tv che si chiamava Mister Fantasy. Carlo Massarini trasmetteva dall’Iperspazio (uno studio TV tutto bianco) i primi videoclip musicali. La prima apparizione di Giurato nei panni di un tuffatore, che voleva rinascere dall’acqua all’aria fu qualcosa che in molti si ricordano: praticamente tutta l’intellighenzia letteraria italiana ci ha scritto qualcosa sopra, o lo ha citato nelle proprie opere letterarie (Aldo Nove, Paolo Nori, Simone Lenzi, Tiziano Scarpa, per citarne solo alcuni). Non era nulla di consueto. Era parallelo rispetto ad ogni schema mentale. Era cantautorato assurdo e intelligente. Forse solo il Fiumani post-Gennaio ci si avvicina, nello spirito, nell’irruenza, nel suo essere profondamente “diamante grezzo”. Ricordo che l’immagine di questo alieno che raccontava qualcosa di una partita di tennis o qualcosa del genere mi sedimentò dentro per un bel po’. Non lo andai a cercare subito, i soldi nell’adolescenza sono pochi, e nessuno dei miei amici me lo poteva registrare su cassetta. La cassetta, quella vera, originale, la trovai diversi anni dopo al Discobolo di Milano (negozio sui navigli che ha chiuso in questi giorni) e me la divorai in quel viaggio di ritorno Milano-Prato. E lì capii quello che mi ero perso. E Flavio Giurato sarà in concerto all’Ex Fabrica di Prato lunedì prossimo.

“Il tuffatore”, anno di grazia 1982, non era il suo disco d’esordio. Il primo si chiamava “Per futili motivi”, era di quattro anni prima e indulgeva un po’ troppo a certa canzone d’autore romanocentrica e popolaresca. Non era brutto, per carità, solo che non aveva quella grandezza dirompente che ebbe il disco di quattro anni dopo. “Il tuffatore” è, per citare un articolo uscito sul Sole 24 Ore non più di un paio di mesi fa, “Il più grande disco italiano che non avete mai ascoltato”. Una specie di concept, nei suoni più che nei temi. Un disco multilingua, un disco di sovrapposizione. Poesia e arrangiamenti sublimi e grezzi allo stesso momento. Orbetello, Orbetello ali e nomi, Marcia nuziale, Valterchiari, lo stesso Tuffatore: tutti pezzi che non lasciano indifferenti.

“Valterchiari”

Due anni dopo, il disco numero tre, “Marco Polo”. Questo sì, un vero e proprio concept sulla storia del veneziano. Ossessivo. Un disco complessivamente geniale e schizofrenico, capace di ribadire un tema trentacinque-quaranta volte (“E i nuovi marinai già tirano le funi”) e di un pezzo di grandissimo lirismo come Marco e Monica. Poi, il silenzio. Per ventitre anni.

“Marco e Monica”

Se ne ignorano le ragioni. A chi gli chiedeva “come mai tutta questa inattività” lui rispondeva: “non ero inattivo, stavo solo scrivendo il disco nuovo”. E il disco nuovo arriva nel 2007, “Il Manuale del Cantautore”. Un altro capolavoro, altri pezzi memorabili come Il caso Nesta, Centocelle, L’ufficialino e soprattutto quel Manuale del Cantautore che in qualche minuto sintetizza come si scrive una canzone. Senza retorica, ironico, con uno sguardo assolutamente laterale rispetto a tutto quello che si può scrivere sull’argomento. Un altro centro. Un altro oggetto di culto. Quando nessuno se lo aspettava più.

“Il manuale del cantautore”

Otto anni dopo, soltanto otto anni dopo, il nuovo disco “La scomparsa di Majorana”. Ed è la ragione per cui Flavio Giurato sarà in concerto all’Ex Fabrica di Prato lunedì prossimo. “La scomparsa di Majorana” è uscito da un mese circa. Un altro disco ostico e bellissimo. Che gira musicalmente intorno alla chitarra di Piero Tievoli (“alla ricerca degli armonici”) e in totale assenza di tastiere, basso e batteria. Giurato, se possibile, in questo lavoro si spinge ulteriormente oltre. Si misura con filastrocche, riferimenti a Giorgiana Masi, pezzi sul disagio mentale. Però se un solo pezzo si deve citare, il pezzo che stravolge e travolge è quello posto in coda al disco, quei nove minuti e passa dal titolo “La grande distribuzione”. Qui Giurato si fa teatrale, ostile, sarcastico, devastato e devastante. Dalle parti di Piero Ciampi, per intendersi. Fa a pezzi tutte le nostre convinzioni borghesi. Anche solo per sentire questo pezzo dal vivo, occorre esserci lunedì prossimo, all’Ex Fabrica. Non foss’altro. O, più generalmente. per ascoltare un artista che, nella sua alterità, ha sempre e solo creato – e continua a creare – dei capolavori.

“La grande distrubuzione”

(foto anteprima: Al. Farese, Cometarossa.org)

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