Quando Duchamp fece i baffi alla Gioconda non fece i baffi alla Gioconda, ma prese una pessima riproduzione dell’opera di Leonardo, vi scarabocchiò due baffetti, una barbetta e aggiunse una didascalia che pare una formula chimica: L. H. O. O. Q.: “elle a chaud au cul”, lei (o lui, visti baffi e barbetta) ha caldo al culo, come dire “si concede facilmente”. Insomma, sorride perché ammicca come una/uno in calore.

Certo ridicolizzò il ritratto più bello del mondo, ma – ovviamente – mantenne una distanza fisica tra la sua opera dada e quella del maestro fiorentino, mentre paradossalmente creò un misterioso ponte metafisico con l’opera di Leonardo.
Altri tempi! E poi noi europei non siamo mica come il Califfato che ha fatto a pezzi capolavori dell’arte mesopotamica. Noi, civili occidentali, promuoviamo, rispettiamo, conserviamo, restauriamo l’arte.

Però. Però. Oggi, dopo il tentativo di un fotografo francese di mettere il tanga ai Bronzi di Riace, un altro francese ha fatto i baffi alla città di Prato. Ma non su una riproduzione come fece Duchamp, no, direttamente piantando sagome occhialute sulle mura antiche e accostando alla scultura di Moore una specie di lampione con in cima due occhi da cartone animato.
Adesso le antiche porte e l’opera di H. Moore sembrano facce ridicole dalle bocche spalancate, come la povera moglie demente nell’ultimo film di Sorrentino.

Insomma, con il patrocinio e i soldi del Comune e dei Lions clubs, si è ridicolizzato il patrimonio culturale collettivo della nostra città. Eppure questi enti morali dovrebbero difendere e sostenere la nostra identità.
I soliti intellettuali [?] che parlano continuamente di “contaminazione” e libertà d’espressione – anche quando non hanno alcunché da esprimere – penseranno al solito benpensante, al cittadino vecchio e rancoroso: in realtà sono un bel vecchio, che ama l’arte così tanto da indignarsi! Sì, io mi indigno, perché tengo alla mia dignità, alla dignità della mia città e alla dignità dei piccoli che guardano noi adulti giocare come fossimo tutti ormai catturati dalla Città dei Balocchi.

Poi c’è un dettaglio mica da poco: la fondazione Henry Moore non è stata minimamente informata del progetto, eppure gli occhiali del simpatico francese alterano gravemente la visibilità e il senso dell’opera dell’artista britannico. Chissà che farebbe il maestro – lui sì, maestro – se fosse ancora vivo, forse chiederebbe i danni d’immagine al Sindaco e ai Presidenti dei Lions, e forse sbancherebbe con le proprie mani il lampione dell’ironico francese.

Ma – infine – abbiamo una questione più generale, che supera l’occasionale intervento di Clet Abraham. Perché non è stato coinvolto il Direttore del Museo d’Arte Contemporanea? Egli ha espresso un severo giudizio sulla manipolazione dell’opera di Moore. Com’è possibile che un qualsivoglia finanziatore interagisca con la nostra Amministrazione, per un progetto d’arte nella città, senza che vengano coinvolti altri garanti della democrazia e del valore culturale?

Per rilanciare Prato come città d’arte e della cultura, credo sia necessaria una commissione, di esperti e di operatori del territorio, che affianchi tutti gli enti istituzionali preposti alla promozione e alla difesa della vita culturale e artistica della nostra città. Occorre tenere alto e rigoroso il profilo di ogni progetto. Occorre difendere e diffondere il nostro patrimonio nel mondo.
Altrimenti le belle intenzioni si trasformano in occasioni mancate o, come nel caso di “Occhi di Prato”, in pessime figure a livello nazionale e internazionale.

Giovanni Nuti

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