Ecco il tanto agognato fine settimana di luglio: un ombrellone bianco a righe, piantato nella sabbia della spiaggia libera ti ripara dal sole, una playlist di Spotify con tutti i remix di Spiagge di Fiorello che dà la carica giusta per la serata beach e una borsa frigo con solamente Nastro Azzurro e dei panini con il “milano”. “Quest’anno, come ogni anno, fa più caldo dell’anno scorso” va per la maggiore. Lì vicino alla borsa frigo, un pallone da beach volley da usare come espediente per poter invitare qualche ragazza ad un torneino di beach volley, sì, finalmente è la volta buona per poter riciclare le battute di Mauro Di Francesco e Teo Teocoli in “Abbronzatissimi”. Questo è lo scenario che si prospetta a ogni persona che ha un ruolo sociale moderno e di rilievo ed ovviamente non fa per me.

In realtà ho in programma una due giorni al Reality Bites Fest, ospitato dalla pluridecennale Sagra della Zuppa di Massarella, più che una sagra un’istituzione locale.

Lo so che vi state già facendo delle domande e posso comprendere tutte le vostre perplessità, ma voglio mettere le mani avanti premettendo che i nomi proposti in scaletta sono di buon livello, anche perché la Sagra della Zuppa ha visto succedersi negli anni artisti come Lo Stato Sociale, I Cani, Franco Califano, Gerry Calà, Pfm e Gigi&Andrea. La sintesi di una parte fondamentale della mia formazione culturale, escludendo Lo Stato Sociale ed I Cani; Margheritoni non approverebbe mai e poi mai.

Per quest’anno il palco ospiterà, oltre ai Goblin, Righeira, Levante e Di Martino, anche i Fast Animals and Slow Kids, M+A, accompagnati dai Drink to Me e Be Forest.

Le tipologie e varietà di sonorità, potrebbero far pensare ad un Coachella immerso tra le campagne fiorentine, dove lo spettatore medio è un sosia qualunque di Sergio Forconi, ma qui vi sbagliate alla grandissima perché all’ingresso della sagra gli organizzatori ci tengono a precisare che non siamo al Coachella, bensì a Massarella e ce lo sbattono in faccia, proprio così, con un cartello dal tono perentorio e severo. Io non mi sento di contraddirli perché quello che mi trovo davanti non è una sconfinata vallata californiana, ma una vera e propria sagra di paese.

Arrivo con largo anticipo, stasera suoneranno i FASK ed i Drink to Me, le famiglie stanno cenando poco distanti dal palco che è sorprendentemente di dimensioni più che generose.

Reality_Bites_2015_2Un piazzale asfaltato con dei gazebo bianchi, sovrastati dal campanile della chiesa di S.Maria, sarà il nostro Empire Polo Club. Non ci manca niente: la spina della birra c’è, lo zucchero ed il croccante pure, ed il tutto è infiocchettato con dei festoni modello “sagra di paese”. Il banco del merchandise delle band è all’ingresso, alcuni avventori si soffermano a guardare un po’ incuriositi, anche se nettamente fuori età massima per acquistare una maglietta dei FASK.

L’odore ed il fumo di carne alla brace mi fanno supporre che non in troppi abbiano optato per la zuppa, ma a quanto pare è lei ad andare per la maggiore. Una cena che scorre lenta, tranquilla; stasera ce la prendiamo con calma, è festa, suonano i complessini.

Reality_Bites_2015_3L’afflusso di persone è continuo, non solo da parte di famiglie ed anziani, ma anche qualcuno in total look “H&M mood Coachella” si inizia ad intravedere. Nike Roshe, Converse e Vans iniziano a calpestare l’asfalto del piazzale. Il palco è già pronto da tempo ed il proiettore ci propone il desktop di un Mac che ha come sfondo uno serissimo John Lennon il quale sembra scrutare i ragazzi appoggiati alle transenne che dividono, forse un po’ troppo, il palco dal pubblico. Dietro di loro dei bambini si rincorrono giocando con delle spade di plastica, tra cui una scimitarra luminosa, il tipico oggetto che avrei voluto da bambino, ma che pure adesso non disdegnerei affatto.

Reality_Bites_2015_4A bordo palco intercetto qualche conversazione, alcuni stanno parlando della recente impresa eroica di Dave Grohl, il Lannister del rock. Altri rimembrano le mirabili gesta di Varg Vikernes ai tempi dei Mayhem. Nell’aria la musica di sottofondo si alterna spaziando tra classiconi di Van Morrison, Who, Tom Petty ed Afterhours. Siamo già fuori orario con l’inizio dei concerti e nell’attesa alcuni ragazzi siedono a terra, mentre qualche anziano cerca di rompere il ghiaccio con alcuni di loro. È uno dei rari casi in cui il ritardo non si fa sentire, il contesto paesano è piacevole sembra quasi un dovere prendersela con calma.

Non voglio ripetermi, ma il contesto è atipico, tant’è che mi aspetto di veder comparire sul palco Giuseppe Povia, scalzo ed in preda ai suoi deliri cospirazionistici, anziché i Drink to Me . Fortunatamente per tutti noi, le cose vanno in maniera diversa rispetto alle mie più nefaste fantasie.

Voglio essere sincero, il suono è più che sorprendente, siamo ad una Sagra della Zuppa e l’impianto suona molto meglio rispetto a quelli di tanti festival o locali. Credetemi è un particolare non da poco. I Drink to Me, inoltre, precisano che il fonico in questione è Sollo dei Gazebo Penguins. I piemontesi, sono dei figli di Picthfork si capisce perfettamente dalla loro iconografia e si sente ancor meglio, dato il forte impatto del più recente synthpop, un suono da Coachella, per l’appunto.

Reality_Bites_2015_6Non mi sarei mai aspettato, in questo contesto, di vedere alcuni ragazzi entusiasmarsi e cantare a memoria alcuni brani, specialmente quando tra di loro qualche over 60 si appoggia alla transenna e scruta con sguardo duro, ma compiaciuto, la band. Nessuno va via, in tanti rimangono e poco a poco l’area antistante il palco si fa sempre più gremita ed i Drink to Me sono piacevoli, trascinanti, per quanto a tratti anche malinconici. Marco e Roberto alternano l’uso dei synth con chitarra e voce, si muovono sul palco dando appunto una sferzata di dinamicità alla compostezza generale.

I refrain di Wild, Future Days e Bright sono molto persistenti e globalmente per tutta la durata del set non si scende mai d’intensità, nessuno sembra annoiarsi, nessuno si lamenta; insomma nemmeno chi era lì solamente per mangiare la zuppa. Il set scorre piacevolmente e tiene alti gli animi in attesa dei FASK che contro ogni previsione iniziano il loro concerto come meglio riesce a loro, direttamente a calci in faccia. Non c’è nessun Overtour di Alaska a chiederci scusa, ma si parte subito dritti al punto.

Reality_Bites_2015_7Ormai questa è l’ennesima volta che vedo i “Ciao siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia” e sono già cosa aspettarmi, in positivo ovviamene. Ci sono alcuni bambini alle transenne, forse gli stessi di “Il mare davanti”, che ridono per qualche leggera trivialità pronunciata da Aimone. Si vede che sono una band che si è evoluta negli anni; oggi sono dei professionisti, caotici più di quanto ti aspetteresti, ma capaci di far seguire al concerto una ben precisa struttura. Ci sono delle frasi giuste da dire prima dei pezzi, frasi sarcastiche ed in contrapposizione al trend solito dei concerti, frasi che al pubblico piacciono.

Un pubblico che si lascia trascinare e che si schiaccia verso le transenne tanto da mettere in serie difficoltà gli addetti alla sicurezza; secondo me Massarella non si aspettava niente di tutto ciò. La scaletta è quella che tutti conosciamo, Alaska e Hyubris fanno da padroni. Non c’è spazio per rilassarsi e si tira avanti tra “sing­along” e “crowdsurfing”. Sì, tutto questo alla Sagra della Zuppa.

Intanto il proiettore mostra un errore con l’aggiornamento java ed Aimone coglie l’occasione per dedicare “Maria Antonietta” non al pubblico, non ai Marò e Fabrizio Corona (purtroppo), ma proprio agli aggiornamenti java; che a mio avviso sono sempre bistrattati, nessuno fa mai l’aggiornamento Java, perché?

Reality_Bites_2015_8Rimango nel dubbio, ricordandomi che nemmeno io ho fatto l’aggiornamento java, mentre il set si fa sempre più consistente, è mezzanotte inoltrata ed i “Ciao siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia” ne avranno ancora per circa mezzora. Una mezzora che, tra una classica uscita dal palco, un pubblico che urla “Noi non siamo stanchi” ed uno stage ­diving di Aimone, culmina in un riuscitissimo tentativo di “wall of death” tanto da farti dimenticare il Coachella in favore del Furnace Fest.

Non c’è nessun Gran Finale di Alaska, la serata sfuma chiedendo più tempo ed io rimango compiaciuto e soddisfatto ad osservare quella paradossale situazione, nonostante l’indigestione dei Fask negli ultimi anni.


L’indomani la situazione è la medesima, la solita brace e la solita regina della serata, la Zuppa. In realtà qualcosa di diverso c’è: sulla parete di un gazebo sono esposte una serie di ritratti fotografici.

Reality_Bites_2015_9Quei volti, più o meno giovani, sono tutti coloro che rappresentano l’orgoglio massigiano; coloro che hanno contribuito a creare tutto questo contesto. Un ottimo modo per rappresentare l’impegno e la coesione di questa piccola realtà. Intanto scruto con lo sguardo i dintorni sperando veramente di incrociare Sergio Forconi, ormai è diventata una priorità, ma niente da fare.

Questa sera il palco è impostato in maniera differente, si celebrano le percussioni e non vi è traccia delle più classiche batterie, in favore di grandi pannelli a led sul retro e tante, ma tante piante, verdissime piante. Le postazioni di Costanza, Erica e Nicola (Be Forest), sono spostate sulla sinistra del palco, forse per via della strumentazione e scenografia degli M+A, tanto da far sembrare l’esibizione più raccolta, più intima, una sensazione che si sposa perfettamente con la loro musica, la loro immagine ed i loro video.

Reality_Bites_2015_11L’idea che mi ero fatto su disco era già più che buona, ma dal vivo mi sorprendono ancor di più. La chitarra di Nicola ha dei suoni dilatati che creano una perfetta congiunzione tra le sonorità post­punk e shoegaze, diciamo che il tutto suona molto shoegaze, ma molto più pulito e cristallino. A tratti mi sembra di sentire qualche cosa dei Tycho. Le voci di Costanza ed Erica si alternano, accompagnate da una sempre presente combinazione di timpano e rullante. Molto timidamente Costanza ringrazia il pubblico presente.

Resta il fatto che non ci troviamo davanti ad un’operazione nostalgia portata avanti nel nome dei My Bloody Valentine o Slowdive, perché è una musica con una buona componente moderna e personale. Uno di fianco a me esclama “Bravi eh, ma che due coglioni.” Non sono affatto d’accordo, perché vorrei continuassero a suonare per altre ore, inoltre della sua opinione non me importa niente. Glielo vorrei dire:“Ma cosa me ne frega del tuo giudizio, se proprio devi pensare a qualcosa pensa ai Nostri Marò.” Ma lascio perdere, non capirebbe affatto l’importanza di queste mie parole.  Sul finale, tra un sorso di birra Ichnusa e qualche giro di basso, Nicola ed Erica si scambiano di posizione, andando a concludere un’esibizione che mi ha lasciato piacevolmente colpito e sorpreso. Come sono entrati timidamente sul palco, se ne escono altrettanto timidamente per fare spazio agli operatori che stanno trasportando, sempre sul palco, piante su piante.

Reality_Bites_2015_10Degli M+A so molto poco, so che sono di Forlì, so che hanno suonato a Glastonbury e qualcosa mi dice che abbiano una forte propensione per le piante d’arredamento. Il cambio palco è molto veloce ed il loro ingresso si fa sentire esplodendo sia a livello sonoro che visivo.

Gli spettatori iniziano a ballare, senza dubbio il trasporto ritmico degli M+A è notevole. Anzi il lavoro delle percussioni è sorprendente, ai lati del palco Alessandro e Marco non si danno tregua ed il risultato è un suono molto vicino alla più moderna elettronica, ma con dei facili rimandi a terre tropicali, immagine facilmente coadiuvata dalla presenza della piccola foresta amazzonica formato palco della Sagra della Zuppa. Concedetemelo, è un set che prende non bene, bensì benissimo. Un se che si palesa molto ben aldilà delle mie aspettative.

Se non fossi completamente scoordinato e dannatamente sobrio ballerei volentieri pure io, ma almeno per stasera preservo la mia dignità e mi limito a seguire il live che si conclude lasciando un segno positivo sul pubblico, tra esplosioni di led ed una sezione ritmica del tutto invidiabile e coinvolgente.

Se non sapevo cosa aspettarmi da questa Sagra della Zuppa adesso lo so benissimo, perché in definitiva il Reality Bites vince a mani basse con questa due giorni del tutto invidiabile. Vince un po’ perché si tratta di una manifestazione “dietro casa”, favorendo una zona che “da queste parti non c’è mai niente” e un po’ perché sono riusciti a portare gratuitamente, in un contesto totalmente esterno da quello che viene considerato “alternative”, delle ottime realtà musicali italiane.

Uno scontro tra tradizione e modernità, tra la musica che vola oltralpe verso lo Sziget ed il Glastonbury e la quiete della vita di campagna, una dicotomia netta che va ad amalgamarsi per poche ore, per sorprendere positivamente.

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