“Scalpiccii sotto i platani”, il monologo sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, è una delle tante storie vere in cui Elisabetta Salvatori ha scelto di immedesimarsi, studiando, ascoltando, annusando e poi scrivendo. Monologhi in cui la sua voce cattura, ipnotizza. Senza orpelli, senza esasperazioni. Solo narrando. Quello che accadde nel cuore della montagna apuana, a due passi dal mare, quel maledetto 12 agosto 1944, non ha bisogno di niente per arrivare allo stomaco, entrarti in circolo e non mollarti più, ma i suoni, i gesti e la luce di Elisabetta riescono a far sì che tu non abbia poi più scampo.

“Sono nata a Viareggio e cresciuta al Forte dei Marmi, dove vivo tuttora – racconta – e quella mattanza per mano nazifascista mi ha sempre parlato da lassù. L’esigenza di saperne di più, però, mi investì all’improvviso 13 anni fa. Avevo alle spalle un solo spettacolo. Arrivai in Piazza della Chiesa un’anonima mattina estiva. Il silenzio era assordante. Nel Museo, Ennio Mancini, uno dei superstiti, mi raccontò tanto, con passione e molti dettagli. Tornai a casa con un mal di testa dilaniante, che mi ha poi accompagnato in ogni singola mia visita a Sant’Anna”.

Il contrasto fra la bellezza della natura, la luce e l’odore di buono delle mattine di estate del borgo montanino rende ancor più straziante realizzare e metabolizzare quanto accadde: 560 persone, donne, bambini, anziani, massacrati in due ore di lucida follia. C’è di che impazzire.

Il quadernino che Elisabetta aveva portato con sé si riempì in un soffio di indelebili parole pesanti come macigni, e presto non bastò più. Ha ascoltato tutti, uno per uno, lunghe ore a ingoiare indignazione e rabbia, lottando per restare in sé.

“Mi hanno aperto le loro case, i loro cuori, affidando la loro intimità a una perfetta sconosciuta. Hanno condiviso con me fatti che hanno stravolto le loro esistenze. Ogni loro sillaba mi ha aperto un mondo – continua l’attrice -. Mi hanno addirittura insegnato a parlare il versiliese di un tempo, quel dialetto indispensabile affinché riuscissi a far vibrare le corde più profonde dell’anima raccontando l’eccidio. Ricordo con enorme riconoscenza le ore donatemi da ognuno di loro, da persone come Leopolda Bartolucci, una delle memorie storiche di Sant’Anna, il luogo che ha scelto di non abbandonare mai, fino alla morte. Il suo versiliese forbito era musica che ho tentato di apprendere con avidità. E quanto preziosi sono stati i canti, gli inni, le filastrocche dei suoi giorni di bambina minuziosamente trascritti in una serie di quaderni regalati ai nipoti per un Natale”. Canzoncine che compaiono, tutte, nello spettacolo. E’ questo, infatti, l’uso attento dei piccoli particolari a rendere universale la performance di Elisabetta Salvatori: la storia dell’organo della Chiesa suonato per la prima volta il 26 luglio ’44, giorno di Sant’Anna; i rumori dei passi dei nazisti; l’odore di sangue e zolfo della terra carica di corpi. “Sono felice di portare Scalpiccii sotto i Platani a Prato, proprio nella piazza dove avvenne l’eccidio del 6 settembre – precisa -, perché questo spettacolo ha bisogno del posto adatto per vibrare e volare alto. La presenza di familiari, conoscenti, superstiti di quell’estate disumana creerà un cerchio magico dal quale quanto accadde rivivrà e le emozioni avranno il sopravvento, liberando menti e cuori. Tremo al pensiero. Perché ogni volta che racconto, narro anche a me stessa, e ogni singola volta mi emoziono come se fosse la prima. Farmi portavoce della vita di altri è un onore, un privilegio che mi cambia, mi insegna e mi fa sempre un gran bene”.

Per ascoltarla, domani – venerdì 4 settembre – Piazza 29 Martiri, Figline di Prato, ore 21.

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