Venerdì 30 e sabato 31 ottobre alle ore 21 Romeo Castellucci apre la stagione al Teatro Metastasio con la prima nazionale di Schwanengesang D744, ciclo liederistico basato sulle musiche di Franz Schubert e su poesie di vari autori che la Societas Raffaello Sanzio ha fatto debuttare al festival di Avigone 2013 e poi presentato al festival d’Automne 2014.

Dagli anni ‘80 Castellucci, con la Socìetas Raffaello Sanzio, ha inventato un teatro d’immagini e visioni, dove il testo e la parola si trasformano in un involucro sonoro senza peso. Negli ultimi anni, proprio nella musica ha trovato un nuovo strumento teatrale, come testimoniano, oltre al rapporto consolidato con il compositore Scott Gibbons, le messe in scena di partiture di Claudio Monteverdi, Richard Wagner, Igor Stravinskij e Arnold Schönberg.

L’interesse per Schubert nasce durante la preparazione de “Il velo nero del pastore” e si concretizza in questo “Schwanengesang”, ispirato al titolo di un Lied del compositore viennese, ma non all’omonimo ciclo. I 10 Lieder selezionati da Castellucci per questo spettacolo arrivano da momenti diversi della vita di Schubert e sono accomunati da tipiche atmosfere schubertiane: la solitudine, l’addio, la perdita.

A interpretarli sarà il soprano svedese Kerstin Avemo, accompagnata dal pianista Alain Franco, sul filo di una teatralizzazione interiore e minimalista. Una parte speciale è, invece, riservata all’attrice Valérie Dréville, già artista associata al Festival d’Avignone: con le intromissioni sonore di Scott Gibbons, è lei ad aprire uno squarcio nel ventre dell’intimismo di Schubert, per mostrare la faccia nascosta di questi Lieder, il lato oscuro che si cela dietro le perfette geometrie di questi canti, la drammatica doppiezza che era anche nella vita del compositore, che è della esistenza stessa, del teatro e dei suoi creatori a confronto con il pubblico.

Il Lied nasce come genere musicale minore e di consumo familiare, ed è proprio grazie a Schubert che entra nel salotto buono della musica colta. In generale i Lieder sono caratterizzati da testi e da mezzi musicali piuttosto semplici e la loro magia nasce non dalla complicazione dei loro elementi base – testo e musica -, ma dal rapporto che si crea tra il testo, la voce e lo strumento di accompagnamento, di solito un pianoforte. È in questo triangolo che, nel grande repertorio, si scatena una reazione imprevedibile, dove le parole, il canto e la musica si amplificano in una progressione geometrica, aprendosi a significati e atmosfere che nessuno dei tre elementi di base farebbe presagire. Maestro artificiere di queste deflagrazioni è stato proprio Franz Schubert, grazie a una taumaturgica capacità di rivelare gli aspetti nascosti, talvolta appena impliciti nelle parole che metteva in musica, resa effervescente da un uso del pianoforte, non più solo strumento di accompagnamento ma contrappunto musicale e intellettuale alla melodia, alla voce e soprattutto al testo. Anzi per vero dire il compositore attraverso le note riusciva a disvelare nei testi, spesso ammantati di semplice lirismo, una potenza e una universalità tutt’altro che scontata.

L’attrazione di Castellucci verso Schubert nasce proprio dalla capacità del compositore di rappresentare con la musica il non rappresentato, o addirittura l’irrappresentabile. Il regista a proposito di questi brani infatti si domanda: «Come fa questa donna che canta ad aver vissuto ciò che io stesso non ho mai vissuto; eppure -sì- sono certo di averlo fatto un tempo. Come fa a conoscere la mia intimità più a fondo di me stesso? Qual è l’origine della sua canzone che tocca così profondamente la mia origine? E che origine hanno queste mie lacrime, ora, prive di contenuto e diametralmente opposte al sentimentalismo -che odio- ?».

Omossessuale, bohémien ante litteram, Schubert con il suo gruppo di amici conduce una vita di povertà ma intellettualmente libera e assai disinvolta nei costumi. La consuma con avida intensità: muore a 31 anni di sifilide. Impara presto l’arte della dissimulazione, ma nella musica, arte per eccellenza enigmatica e chiarissima, esprime la lontananza dall’Austria bigotta della restaurazione post congresso di Vienna. Ecco allora le brunite venature melanconiche, il senso di estraneità e di morte, la sensualità come potenza oscura, languida e nostalgica, l’amore come verità fugace e impossibile che attraversano molti dei Lieder scelti da Castellucci per questo “Schwanengesang”.

La sequenza scelta da Castellucci tra i Lieder di Schubert che hanno una fascinosa atmosfera notturna, è sapientemente ordita per creare una affilata tensione sotterranea, che raggiunge il suo apice nel quinto brano (“Nur wer die Sehnsucht kennt”) e poi si fa più oscura e brunita, non trovando alcuno sfogo neppure nei due “Wiengenlied” o in “Du bist die Ruh” (Tu sei la pace).

Una tensione accresciuta dagli interventi musicali di Scott Gibbons e che trova la sua climax grazie all’intervento finale di Dréville. La forza e la violenza messe in campo dall’attrice all’apparenza non sembrano collegabili con quanto si è ascoltato fino a quel momento, ma in realtà in questo “Schwanengesang” Schubert e Castellucci, dando voce a potenze oscure e profonde, sembrano agire secondo coordinate non dissimili: il compositore con la sua elegante dissimulazione viennese, il drammaturgo con metallica razionalità contemporanea.

Intorno allo spettacolo, sabato 31 ottobre alle ore 16, Simone Nebbia (critico di Teatro e Critica) inaugurerà la prima lezione de Lo spettatore attento, un ciclo di ‘approfondimenti teatrali’ dedicati alla formazione del pubblico. La lezione s’intitolerà: Il segno e lo sguardo. Il teatro di Romeo Castellucci.

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