Il film della settimana è IL FIGLIO DI SAUL. Che ha un solo limite: quello di parlare, di nuovo, dell’Olocausto. Conditio sine qua non per vincere l’Oscar: il film sugli ebrei. Un “che palle!” fatecelo dire. Per il resto questo esordiente – esordiente sì, come i Pills – ungherese allievo di Bela Tarr gioca tutto sul fuoco / fuori fuoco / fuori campo in una forma inedita / mai vista nobilitando la materia già abusata con piani sequenza sempre necessari (capito Inarritu?) in un 4:3 claustrofobico e bordate nello stomato non indifferenti pure dal punto di vista narrativo. Anche se gli ebrei di nuovo, uff…

L’altro esordio della settimana è quello dei THE PILLS. Che giocano tutto sulla forma e piani sequenza sempre neces… Si scherza! Che rifanno i Pills del web, incollando con lo sputo una trama che dovrebbe dare concretezza cinematografica all’operazione.
Premessa necessaria. Rispetto ai diretti rivali Jackal i The Pills sono più genuinamente borgatari, meno Serena Dandini – oriented e più “Kevin Smith del Pigneto”, più diretti insomma, meno ruffiani. Non hanno – soprattutto – le sopracciglia depilate, quindi sono più presentabili cinematograficamente parlando.
Hanno però tutti i limiti dei fenomeni web (“Ah, fenomeno!) del momento. Legati indissolubilmente ad una visione del contemporaneo che sconfina senza mediazioni nell’Effimero, nel Passeggero, non perdono occasione di legarsi ad una attualità da rotocalco social che ne penalizza le intuizioni più brillanti e finisce per condannare questo tentativo – sacrosanto – di svecchiare la commedia ad un immediato invecchiamento.
Ora citare Godard per parlare dei Pills è un vezzo imperdonabile, lo sappiamo, ma quando Godard diceva che il “presente esiste solo nei brutti film” diceva una grande verità. Ed è per quello che le commedie all’italiana sono mediamente invecchiate meglio dei suoi stessi film sulla contestazione giovanile. Perché parlavano di cose universalmente riconosciute – nel tempo come nello spazio – tipo la Morte, la Fica, le Corna, la Fame, i Soldi. Temi che saranno attuali tra anni. Con dei riferimenti al presente ovvio, ma senza costruire intere sequenze sulle appendici extrafilmiche dell’Effimero (compreso il cinema di Muccino). O su un citazionismo ossessivo per l’appunto – quello, molto ruffiano e francamente banalissimo, ormai pubblicitario – che ormai rischia di diventare una condanna (lo stallo de Le Iene anche no, via!).
Perché il film, anche ad essere benevoli, non c’è. E avrete capito che ce ne dispiace. E non c’è non nel senso del primo Moretti, che era talmente cagacazzo e puntuale e preciso che pur nella frammentarietà totale riusciva a trovare una sua ragione d’essere. Non c’è non perché il film sia confezionato male, anzi. La regia molto anni 90 di Vecchi ha pure qualche numero e la confezione è decisamente meglio di quella di qualsiasi Valsecchi-Movie recente. Il film non c’è perché in questo elogio “neet” della pigrizia, sacrosanto e pure pungente, manca d’altra parte la Fatica – la più grande delle Virtù in campo artistico – che si dovrebbe usare non solo per fare del cinema ma anche e soprattutto per pensarlo. La storia d’amore di Vecchi con la conseguente tentazione del lavoro e la svolta dei Bangla ci paiono buttate lì e tirate via con quella cialtroneria un po’ romana che pure i Pills cercano di far passare come modus operandi (vedi il talk show tv sbracato su Italia 1 “Non ce la faremo mai”). Vabbè.

STEVE JOBS è un film che ci dimostra come a Hollywood oggi, spesso, conti più la produzione che la creatività degli artisti. Macchina (celibe) perfetta, Steve Jobs è un biopic – il genere più in voga forse negli ultimi quindici anni dopo il Cinecomics, la risposta didascalica del Reale ad una Irrealtà da fumetto. Film di pura scrittura, già pensato e definito e impacchettato dalla produzione ancor prima di essere realizzato, scritto dal nuovo asso nella manica di Hollywood Aaron Sorkin, uomo capace di rendere cinematograficamente piacevoli un film su facebook (lo splendido Social Network), sul baseball (il sottovaluto Moneyball) o una serie tv sui notiziari (The Newsroom), è affidato, dopo vari tentativi andati a vuoto (Fincher), a Danny Boyle, forse il talento con meno personalità dello Star System, perfettamente malleabile, senza un suo stile preciso, ma capace di adottarli tutti, come un Salvatores dotato. Ne viene fuori un film tecnicaAmente impressionante, molto fincheriano nonostante il rifiuto di Fincher, con attori bravissimi (Fassbender, Winslet, Rogen), meno retorico del previsto, ma alla fine sterile e un po’ posticcio, come tutta la filosofia di facciata costruita attorno a quello che era essenzialmente un genio del marketing.

Mai avremmo pensato di scriverlo ma SE MI LASCI NON VALE di Salemme assume una sua dignità in confronto alla sciatteria degli Zalone-Nunziante e delle ultime Commedie Senili uscite al cinema. Merito soprattutto di un Buccirosso in stato di grazia, irresistibile nella parte di un attore cane al soldo di Salemme. Commedia degli equivoci classicissima per un pubblico over 40, girata con una confezione sempre in bilico sul pericoloso crinale della fiction, è almeno capace di azzeccare i tempi comici giusti, senza tagliare le scene con l’accetta. Cosa che ormai dopo Quo vado? non possiamo dare per scontata.

Film per le famiglie PICCOLI BRIVIDI è una piacevole sorpresa. Niente di trascendentale, ma il ritmo è indiavolato e il film onesto nell’unire romanticismo giovanile, horror (coi mostri di varia natura usciti dai libri), humour potabile anche per gli adulti e divertimento fracassone under 18.

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