Parafrasando le parole della mia amica e collega Caterina Guidi, potremmo dire che le complessità di Prato non sono certo state spiegate ai giornalisti di Vice che hanno realizzato il servizio “Scatole cinesi” andato in onda mercoledì scorso su Sky Tg24. D’altronde sappiamo bene che le complessità, le letture non superficiali, l’interesse ad approfondire dinamiche articolate, talvolta contraddittorie e in continua trasformazione, sono difficilmente compatibili con un prodotto televisivo che si vuole immediato e capace di fare audience attraverso la riproposizione di stereotipi e banalizzazioni condite con dell’immancabile sensazionalismo.

E allora ecco che troviamo la mafia cinese, il “distretto parallelo” del pronto moda, fondato sull’illegalità endemica e quasi istituzionalizzata, sullo sfruttamento dell’immigrazione irregolare, il lavoro nero, l’evasione fiscale e contributiva, e poi il riciclaggio di denaro sporco, la prostituzione, la mano lunga del governo di Pechino, la concorrenza sleale che ha causato la crisi del distretto tessile. Certo, ci sono anche le connivenze da parte italiana, le inchieste sui reati di corruzione che hanno coinvolto la Questura, le colpe e le mancanze della politica locale e nazionale. Infine, puntuale come sempre, lo sguardo verso il futuro, lo speranza rappresentata da quelle seconde e terze generazioni di italo-cinesi che si sentono pratesi a tutti gli effetti, che riescono a maneggiare codici linguistici e culturali plurimi e ad attivare inediti percorsi di soggettivazione, sganciandosi dall’ambiente lavorativo e dai progetti migratori dei genitori.

No, non avrebbe funzionato giornalisticamente provare a spiegare che, per esempio, il distretto industriale pratese, al tempo dell’arrivo dei primi migranti cinesi, stava attraversando una crisi originata da una convergenza di fattori di tipo economico e socio-antropologico. La competizione internazionale dei paesi emergenti, le limitate risorse per l’internazionalizzazione possedute dalle piccole e piccolissime imprese artigiane che componevano il tessuto produttivo locale, il deprezzamento del dollaro, gli scarsi investimenti in ricerca e innovazione, la mancanza di coordinamento del modello di sviluppo locale, la crisi del sistema produttivo su base familiare, la diffusione di nuovi modelli culturali, il mancato ricambio generazionale nella subfornitura italiana, sono alcuni di questi fattori. In un documentario di 22 minuti trasmesso in prima serata meglio alimentare l’idea che il declino dell’industria tessile sia stato provocato dall’arrivo dei migranti cinesi e dalle loro aziende.

Sarebbe stato poco efficace addentrarsi in interpretazioni che avrebbero dovuto richiamare i meccanismi di costruzione dell’alterità, animati da un logica tutta incentrata sull’opposizione noi-loro, dove “loro” sono una presenza “culturalmente distante”, “aliena”, irriducibilmente diversa, misteriosa e impenetrabile. Eppure, caratteristiche per decenni tipiche del distretto pratese, e in generale del modello italiano di piccola impresa, (la scelta imprenditoriale come mezzo per la mobilità e l’affermazione sociale, l’auto-sfruttamento e la collaborazione familiare, il ricorso al sommerso e al lavoro irregolare, la commistione lavorativo-abitativa) le vediamo associate, negativamente, al solo sistema del pronto moda cinese.

Se qualcosa viene detto sulle interazioni tra proprietari locali e affittuari immigrati, le relazioni economiche di reciproca utilità esistenti tra imprese a conduzione italiana e cinese vengono taciute. Il modello produttivo cinese viene del tutto slegato dal contesto socio-economico e politico-istituzionale, e dalle dinamiche di ristrutturazione del capitalismo globale. La collettività cinese emerge come scarsamente articolata al suo interno, monolitica, con due sole linee di frattura: quella che divide “gli schiavi” e i datori di lavoro e quella generazionale. Da una parte operai sfruttati e costretti a condizioni di vita e lavoro inumane, dall’altra imprenditori senza scrupoli animati dalla logica del profitto.  Mi rendo conto che affrontare le molteplici stratificazioni interne alla “comunità” e mettere in luce le traiettorie migratorie ed imprenditoriali che spesso accomunano operai e laoban non avrebbe giovato agli ascolti.

C’è poi la speranza rappresentata dalle cosiddette seconde generazioni a cui è affidato il compito di attuare quell’ “integrazione” – termine con il quale sempre più spesso indichiamo un processo di “assimilazione” e che produce una immagine del migrante come soggetto in difetto, a cui manca qualcosa – non riuscita alle prime generazioni. Anche qui assumendo che la realtà dei giovani cinesi nati e/o cresciuti in Italia sia internamente omogenea e tutta orientata, a differenza di quella dei genitori, a rimanere nel paese di “accoglienza”.

Mi si dirà che un certo grado di banalizzazione è necessario per un documentario di quel tipo. E tuttavia mi chiedo che senso abbia una operazione siffatta dove la realtà è semplificata a tal punto da renderla irriconoscibile, dove la complessità del reale è svilita a tal punto da ridurre tutto ad una dicotomia, ad una opposizione binaria, appetibile e facilmente digeribile da un pubblico spesso distratto e annoiato. Mi si dirà anche che queste mie parole potrebbero finire per negare realtà che pure esistono e giustificare condizioni e situazioni intollerabili, se non apertamente illegali. Rispondo che questo è il facile gioco a cui molti ricorrono per evitare letture faticose che dovrebbero chiamare in causa configurazioni e dinamiche di cambiamento strutturali, che agiscono a più livelli scalari, in forme spesso inedite e non sempre decifrabili.

Ci insegna l’antropologia che “la cultura” agisce anche attraverso un movimento di sottrazione, operando tagli, selezioni e sfoltimenti di possibilità. La cultura, secondo questa prospettiva, comporterebbe una inevitabile riduzione della complessità del mondo (esterno ed interno), circoscrivendolo dentro un orizzonte di senso condiviso, riconoscibile e prevedibile. Se, quindi, ogni cultura contiene sempre in sé il germe di un qualche impoverimento, è altrettanto vero, a mio avviso, che una riduzione eccessiva della complessità andrebbe a detrimento della cultura stessa.

Per fortuna, finito il servizio di Vice, sono tornata a vedere l’avvincente semifinale di ritorno di Coppa Italia Inter-Juventus con l’incredibile rimonta della squadra di Mancini. Per fortuna c’era il calcio in chiaro che –spero– sia riuscito a tenere incollati alla televisione milioni di italiani e ad evitare l’impoverimento culturale proposto da certi programmi.

Sara Iacopini

Sara Iacopini è dottoranda a Londra in migration studies con un progetto di etnografia multi-situata sulle migrazioni transnazionali cinesi tra Prato e la prefettura di Wenzhou, collabora con l’istituto di ricerca IRIS. Dopo la laurea specialistica in “Antropologia Culturale ed Etnologia” all’Università di Bologna e un periodo di studio presso l’Università di Copenhagen, si perfeziona in “Antropologia delle Migrazioni” all’Università di Milano-Bicocca.

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