C’è una strada a Prato che è come la via della seta, ma al posto di quel tessuto specifico ci puoi mettere le sostanze.

Queste vie esistono ovunque, mica solo a Prato, e sempre esisteranno finché non si cambieranno le regole. Per spiegare questa faccenda penso alla metafora delle cose che ci sfuggono di mano. Non dico sul perché ci si droghi o sul perché esista la droga, mi riferisco a queste situazioni così profondamente strutturate e composite e difficili da risolvere che a volte ti guarderai indietro e dirai: ma come è stato possibile ficcarci qui dentro?

Chissà.

Siamo passati dalla via della droga con Ferruccio e Giovanni, una sera che eravamo a Prato per organizzare un cineforum. Siamo passati e quella strada era silenziosa, dopo l’eco di un servizio andato in onda in televisione.
Tutto sembrava riposare sotto la cenere.

Siamo entrati in un bar d’angolo, che pareva provenire da un’altra epoca, un fortino dei cowboy, un luogo sul confine tipo Fort Apache, con un uomo dentro che tutto il tempo che noi tre siamo stati là, ha continuato a lucidare una vetrinetta, e dietro al banco un altro più anziano che molte cose sembrava avesse visto, guardava stancamente una partita di calcio e non parlava, e infine un terzo uomo che ci ha preparato il caffè, ci ha offerto dell’acqua e ci ha versato gli amari.

È stato a lui che abbiamo chiesto se per caso avesse della droga tanto per rompere il ghiaccio, per sentirci in cassa di risonanza col presente.

Lui non ha trovato la cosa affatto divertente.

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