A Venezia è facile cadere nei luoghi comuni.

Anche nei canali se per questo, ha replicato la mia ragazza.

Sono stato in laguna un fine settimana con una comitiva di ragazzi pratesi, per festeggiare un trentesimo.
Perché poi fossimo andati proprio là, questo non è stato specificato.

C’erano in giro tantissimi orientali: come a Prato, ho pensato io, cadendo subito nel luogo comune.
E i cliché erano sempre là pronti ad attendermi, così me ne sono rimasto silenzioso e la città era bella come il primo giorno di primavera, e ha pensato lei al resto.

Il fine settimana è scivolato veloce e abbiamo bevuto molto, mangiato molto e camminato moltissimo, perdendoci nei vicoli, tornando spesso sui nostri passi, vagando verso mete solo apparentemente vicine. È stato così che ho pensato che le vie di una città non parlano della città che c’è, ma di una passata, e Venezia in questo non fa eccezione.

Piombi, calzaiuoli, conciatori, tutte cose che una volta arrivati non troveremo ad attenderci.

Le vie di Venezia oggi avrebbero nomi tutti diversi, e ho pensato mentre camminavo in fila indiana per le stradine ad alcuni di questi nomi, adatti per una toponomastica del futuro:

Fondamenta del kebab;

Calle del piccione;

Sottoportego dell’urina;

Ponte dei venditori abusivi;

Fondamenta della piazza a taglio;

Ponte della paccottiglia;

Sì: è difficile uscire dai luoghi comuni a Venezia, e in particolare viaggiando in gruppo.

Eppure la bellezza c’era, bastava poco per vederla: lasciare le strade principali, girare un angolo sbagliato, attardarsi in fondo al gruppo fingendo di legarsi una scarpa.
Ed ecco la città vera: pratesi persi a Venezia.

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