X-Men Apocalypse è brutto e inutile quindi possiamo concentrarsi su Virzì.

Anche se, lo confessiamo, ci riesce difficile, realmente, parlare di Virzì.
Talentuoso direttore di attori (già la Ferilli ne La Bella Vita, suo primo film, ne era una prova lampante), narratore senz’altro abile e affabile, ha contribuito, con Ovosodo, a svecchiare la commedia infondendole un ritmo al quale i pessimi anni 90 italiani non erano abituati. Con Il Capitale Umano, sorta di Chabrol italiano un po’ incerto – quello – proprio sul piano narrativo/recitativo, aveva dimostrato un controllo formale che spesso sfuggiva nei film precedenti – vedi La Prima Cosa Bella, forse ad oggi il suo film migliore o almeno quello più pieno ed ambizioso, a proposito del quale non gli si può perdonare l’abuso totalmente gratuito e inspiegabile di grandangoli esasperati.

C’è però una tendenza che attraversa tutto il cinema di Virzì, quello buono e quello meno buono (N, io e Napoleone) e che era già evidente nella seconda parte di Ovosodo: la tendenza al Paraculismo di cui è diventato involontario maestro per tutta una generazione di cineasti successivi (Muccino in primis, ma anche i Bruni, i Leo, i Pif, che sono talmente ruffiani che ti portano a rivalutare – e sopravvalutare – Virzì, come fosse un Romano Prodi del cinema). Da toscani – poi, forse – il Paraculismo diventa un difetto ancora più difficile da digerire – che già dobbiamo sopportare il finto toscano di Pieraccioni e la deriva buonista di un Benigni sempre più devoto alla Madonna e alle Istituzioni.
Questa tendenza poi si acuisce ancora di più quando il richiamo è alla grande stagione della Commedia all’Italiana, del quale Virzì può essere considerato uno dei rari eredi. E’ un’eredità parzialmente rinnegata – come se parlassimo del passaggio dal PCI di Berlinguer, per intendersi, alle sue forme successive e non a caso tutti i collaboratori di Virzì, da Piccolo a Bruni, vengono da quella nuova sinistra borghese lì – proprio perché acuisce a dismisura l’immedesimazione e una certa tendenza alla Assoluzione del Tipo Italiano, ripulendone i caratteri respingenti, grotteschi, moralmente cinici che hanno fatto la grandezza dei Risi e dei Monicelli.

Da qualche anno – La Prima Cosa Bella – Virzì, quando vuole andare sul sicuro e trovare il successo, sembra appoggiarsi in particolare sulla miglior commedia all’italiana declinata al femminile di Pietrangeli (Io la conoscevo bene era il fantasma di tutto il film e la Sandrelli la chiave per far recitare bene persino la Ramazzotti) e questo nuovo LA PAZZA GIOIA, spacciato come un mix tra il Risi del Sorpasso, Qualcuno volò sul nido del cuculo e Thelma & Louise, con i viali e i ricordi di Una vita difficile e di un immaginario 60 (Senza Fine di Paoli), è ancora una volta un film molto pietrangeliano, più indulgente e tenero nei confronti dell’universo femminile, capace di scavare nelle complessità dell’altro sesso (grazie all’aiuto dell’Archibugi). Con un unico, il solito, difetto: Pietrangeli, ignorato in vita dalla critica e talvolta anche dal pubblico, non è mai stato così paraculo.

E anche lasciando perdere i riferimenti pop e postmoderni e il citazionismo, noi vorremmo crederci e commuoverci liberamente e goderci il film senza preconcetti, confidando nella sincerità dell’operazione. Vorremmo dimostrarvi che no, non siamo snob e non vogliamo per forza dare contro a Fabio Fazio che ne sarà entusiasta. Un po’ se si vuole si piange, sì, perché gli ingredienti e i traumi messi in campo sono talmente forti da buttar giù le barriere del cinismo, ma fa di nuovo capolino la fastidiosa sensazione di artefatto, come la lingua parlata dalla Ramazzotti, attrice fisicamente perfetta, ma appunto raramente capace di superare l’artificio del dialogo (negli anni 60 l’avrebbe doppiata Adriana Asti, con altri risultati). E ancora una volta per l’appunto si parla tanto, si spiega tanto al proprio pubblico (come ne Il Capitale Umano che era appunto uno Chabrol con le istruzioni), ci si perde, nelle vie centrali del film, senza appigli visivi forti, in episodi non sempre centrati e necessari per riacquistare forza solo quando si comincia a fare sul serio, quando il cerchiabottismo sempre morbido tra commedia e dramma viene messo da parte, quando l’ambizione torna a fare capolino – come ne La Prima Cosa Bella – tra le pagine di un racconto che troppo spesso si accontenta di essere Cinema Medio.

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