Foto Thomas Pizzinga - Decibel Eventi

È facile vedere in giro per le città delle boyband africane appoggiate su muretti o scalini, ma oltre l’aspetto da rapper dell’hinterland dei vari componenti, quanti di essi fanno veramente musica? Ben pochi, per questo è insolito recarsi al concerto di un gruppo proveniente dal continente nero, tanto più se non si avvale degli stereotipi territoriali del caso.

I Die Antwoord non suonano bonghi, non soffrono la fame e non vivono in capanne di fango e paglia, bensì sono più bianchi di me e fanno musica all’avanguardia. Magia del Sudafrica, che esporta in tutto il mondo questa band fuori dalla norma, che riesce a mettere insieme più sottoculture, dall’hip hop, alla rave culture, fino ad ambienti alternative, anche vicini al metal. Com’é possibile? Per il fatto che oltre una certa soglia di potenza e stile, chiunque diventa curioso. È così che mi reco all’Anfiteatro delle Cascine di Firenze, da sempre luogo d’elezione per il consumo di droghe leggere e purtroppo solo raramente utilizzato per grandi eventi come questo. I Die Antwoord faranno solamente due date in Italia, quindi l’affluenza sarà molto alta, ma a me cosa importa, dal momento che sarò già sul posto al momento dell’apertura dei cancelli? Sto ancora pensando che sarò il primo ad arrivare, quando vedo una colonna infinita di persone, senza neppure riuscire a scorgere l’ingresso. “Siamo qui dalle cinque”, mi dicono. Ok, pazienza, tanto per fortuna non piove, il luogo è ameno, ne approfitto per studiare l’elemento più interessante di ogni concerto, cioè la fauna.

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Thomas Pizzinga (Decibel Eventi)

Universitari un po’ ovunque, diversi accenti del Nord, qualche face-painting, t-shirt di gruppi metal insieme a facce da rave, un sudamericano grassissimo di mezz’età con la moglie e i figli, alcune mise eccentriche ma senza troppi eccessi, una diffusa sobrietà coi minuti contati. La fila è inquietantemente immobile, così telefono ad una mia amica, dicendole di non tardare, perché rischia addirittura di non entrare. Comincia a serpeggiare la noia, poi il fastidio, poi la rabbia, tanto che gli organizzatori staranno pensando di prendere un appuntamento dall’otorino, ma è inevitabile, se si costringe chi deve comprare il biglietto, chi ha la prevendita o un accredito ad aspettare nella stessa fila. È passata più di un’ora, l’unico food-truck presente scatena il panico perché ha finito le birre, mentre il titolare tutto soddisfatto prenota un viaggio in Micronesia coi nostri soldi. Allora capisco di essere finito ad un tipico grande concerto italiano, un’ottima situazione in cui sentirsi un capo di bestiame: ore in fila senza mangiare, bere, senza poter lasciare il posto per andare a pisciare nell’unico bagno che è un boschetto, rischiando risse per impedire che qualcuno salti la fila. Finalmente, dopo oltre due ore, arrivo in prossimità del traguardo, quando la mia amica, quella della telefonata, mi si palesa accanto: era appena arrivata, saltando totalmente la fila.

Dopo aver rotto l’amicizia, passo alla biglietteria, sicuro che il ritardo fosse dovuto a perquisizioni in stile antiterrorismo, per la sicurezza di tutti, invece niente, semplicemente viene impedita con cura l’entrata alle gettonatissime bottiglie di plastica piene di vinaccio portate da casa, che vengono così buttate in una siepe lì accanto. Fatto sta, nessun controllo, due secondi per entrare. (Mi sono dilungato troppo nella descrizione dell’attesa? La maggior parte della serata è stata questa).

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Thomas Pizzinga (Decibel Eventi)

L’anfiteatro è splendido, accogliente e quasi pieno, un dj sta facendo girare dei dischi; mi dicono che è piuttosto impagliato e che sta mettendo una playlist hip hop anni ‘00 di Spotify da un’ora. Appena uscito di scena, le casse vengono riempite da una specie di musica adatta forse alla pizzica(!?). Basta, mi sta venendo voglia di andare a casa, voglio i Die Antwoord! Dopo mezz’ora eccoli scendere le scale che portano al palco, tutti incappucciati come adepti di una setta, pronti a pasteggiare con noi, che siamo il sacrificio umano.

L’attacco è violento e all’insegna dei Carmina Burana; dj Hi-Tek sale in cattedra: è talmente grosso che sembra quattro Ron di Jersey Shore messi insieme; i tempi in cui era progerico sono lontani. Finalmente si vedono i due protagonisti Ninja e Yolandi, in grandissima forma, accompagnati dalle immagini sullo schermo che fa da sfondo al palco e da due Maure Repette, ad arricchire le coreografie. Il palco è dominato da disegni infantili e rimandi satanisti, lo show è studiato nei minimi dettagli, i Die Antwoord si dimostrano dei professionisti assoluti. I due vocalist si cambiano abito quasi ad ogni pezzo, con tempistiche degne di Arturo Brachetti, anche se il nudismo impera. Ninja mostra tutto il possibile, e lo stesso fa Yolandi (la Jolanda per gli amici); come se non bastasse si fanno palpeggiare dalla folla in seguito a ripetuti stage diving. È tutto molto fisico, la carica sessuale è mantenuta alta dalle movenze dei due, dai filmati proiettati e dalle twerkate delle figuranti, ma soprattutto l’atmosfera è a mille grazie a dei drop pesantissimi che fanno saltare tutti. Ritmo incessante, groove pazzesco, tenuta di palco da manuale, suoni bestiali, simboli satanici, allusioni porno sezione teen… Tutto ciò che serve, e che sta facendo dimenticare le ore precedenti.

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Thomas Pizzinga (Decibel Eventi)

Tutti i pezzi più famosi si susseguono (da ‘I Fink U Freeky’ a ‘Baby’s On Fire’) come era prevedibile, l’atmosfera è veramente piena di energia, i bassi fanno vibrare ogni cellula delle migliaia di persone presenti. Lo show è una vera bomba, un pajama party a base di mdma; i Die Antwoord, nel loro essere chiccosi, aggressivi e tamarri, dal vivo valgono molto di più rispetto a quanto si intuisce dai dischi. Dopo un’ora e un quarto termina il concerto, a cui certamente è valsa la pena assistere, tanto questi boeri hanno saputo essere esaltanti e coinvolgenti. All’uscita mi torna in mente che due amici mi avevano chiesto di portar loro una t-shirt, quindi per sole 70€ al paio, ne ho prese zero e me ne sono andato.