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Un capolavoro mancato. Ecco a cosa abbiamo assistito a Bordeaux in una serata atroce, che difficilmente cancelleremo dalla memoria. Al pari della sconfitta in finale con la Francia nel 2000. Perché di fatto quella contro la Germania è stata la vera finale del torneo. E per la prima volta hanno vinto loro. Ai calci di rigore. E questo, più che essere eliminati dal torneo, è il vero dramma esistenziale col quale dovremo convivere.

E’ accaduto al termine di una partita strana e paradossale, durata oltre due ore, nelle quali quando pensavamo di averla definitivamente persa l’abbiamo ripresa, grazie alla musa dei cretini che ha sussurrato al cognato di Melissa Satta “sei un pallavolista fai muro a rete!” (in piena area di rigore), regalandoci l’insperato rigore del pareggio. Quando invece pensavamo di averla vinta, facendo sprofondare la Germania nel panico, ce la siamo lasciata sfuggire, mettendo in scena una sorta di hara-kiri, sprecando per due volte il vantaggio, fino all’errore decisivo di un povero Darmian frastornato come tutti noi.

Onestamente è difficile prendersela con una squadra che ha gettato il cuore oltre l’ostacolo. Anche perché l’ostacolo è, per molti di questi azzurri, molto ma molto ravvicinato, specie là davanti. Ma cosa si può biasimare alla difesa bianconera, diventata il vero attacco a suon di goal? Cosa si può rimproverare a un centrocampo raffazzonato e messo insieme facendo di necessità virtù, con gente come Giaccherini, Parolo e il povero Sturaro, catapultato dalla panchina della Juve a giocare la madre di tutte le partite davanti ai campioni del mondo?

Onore dunque a questi ragazzi, onore a quello psicopatico di Conte che è riuscito a imbrigliare i panzer tedeschi e che con le valigie in mano direzione Londra – e non porta molto bene ultimamente – se ne va alla maniera con cui era entrato, prendendosela con tutto e tutti, dai congiuntivi a chi lo ha voluto sulla panchina. Come un Cristo in croce che si lamenta di esser stato abbandonato. Come soffrisse di una sindrome di antipatia congenita, che gli impedisce di uscire di scena con stile. Imparasse un po’ dal collega Low, che si gratta le palle e si scaccola in pubblico, ma mantenendo sempre una certo stile.

I giornali titolano “a testa alta” e frasi simili di circostanza per irrorare la pillola, per anestetizzare il dolore. Ma a fine partita i commenti più veri sono le lacrime strazianti dei due vecchi leoni, i due reduci di Germania 2006: Andrea Barzagli e Sua Maestà Gianluigi Buffon, autore della parata del secolo sul colpo di tacco di E lo chiamavano paracarro Gomez. Il difensore non si capacita dell’immensa delusione, mentre l’eroico Gigi parla di una serata scioccante, finita a un passo da sogno.

E ora tutti questi momenti epici, tutte queste emozioni vissute, tutta la bellezza di un capolavoro mancato, tutta la poesia di una favola senza lieto fine, andranno perdute nel tempo, come lacrime nella pioggia, schiacciati dalla potenza immaginifica dell’obbrobrio calcistico del rigore di Pellé, che davanti a Neuer si mette a fare Totti senza esserlo, e quello di Zaza, mandato in campo giusto in tempo per sbagliare un rigore, alla maniera del più gran minchione dell’Eurasia intera, con una danza concepita per deconcentrare Neuer e che adesso spopola in rete.

Mentre la Germania e Marco Travaglio fanno festa.

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