Gli abbienti, come gli immortali dèi, abitano le montagne, nascosti da nuvole, o da robusti recinti. Si fanno vedere solo quando ne hanno voglia.

Voglio provare a sbirciare nelle loro vite, per descriverle.
Arrivo a Prato in treno, con la bicicletta. Beatrice, scrittrice pratese che fu una dea, monta in sella pure lei, e mi conduce lungo il Bisenzio. Racconta che durante l’alcione industriale della sua città, si poteva capire quali colori andavano di moda guardando il flusso delle sue correnti. Ora gli uccelli che svolazzano sul fiume cristallilno sembrano godere di ottima salute, ma ho poco tempo per invidiarli. Pedalando, saliamo la collina costellata di ville.
In quell’universo di case signorili spicca un ristorante semi nascosto, sorto in prossimità di una sorgente: roba per soli autoctoni. Si sente lo scroscìo d’acqua. Nettare e ambrosia figurano sull’invisibile menù.

Ancora più in su, sulla vetta della collina, raggiungiamo un monastero assolato. Da lassù osserviamo il panorama di fabbriche, alte ciminiere e strutture religiose mentre il sudore ci sublime in fronte. È ripida, la strada del paradiso (Stairway to Heaven).

Scendiamo. Beatrice indica un luogo noto come Cento Pini, ma quegli alberi in realtà sono dei cipressi. I giovani dèi suoi compagni di classe ci venivano per amoreggiare. Si sfidavano per vedere chi arrivava più in fretta in cima alla strada sterrata col motorino truccato.

Dopo il passaggio del Mostro però, un immigrato clandestino della vicina Firenze, le coppiette non vi si fermano più.

Proseguiamo. All’inizio del sentiero roccioso che porta alla vetta della Calvana, sta in agguato un paio di cerberi in macchina. Piuttosto che fidanzati gay, hanno aria di spaccio, di assalto aggravato, perlomeno sembrano vogliosi di dare noia a viandanti non accompagnate. “Non verrei qui da sola,” dice Beatrice.
Scendiamo ancora. I freni delle biciclette stridono. Ancora ville, ma di un altro genere. Sembra che un uragano abbia fatto volare da Miami Beach queste dimore per nemici di James Bond. Beatrice indica una villa stile classico, addossata a una chiesa, dove visse col primo marito, un dio dell’industria tessile. Quel paradiso, pare, non durò a lungo.

Giù, e giù ancora, per viali alberati. Spianiamo alla chiesa che da il nome al quartiere, davanti al quale i giovani dèi si radunavano per sentire musiche celesti, e per fare sfrenate drag-races coi loro carri-motorini. Ci fermiamo in un bel bar illuminato perennemente a giorno, stile hollywoodiano. Tavoli bianchi, sedie bianche, per fare accomodare mature dèe impellicciate, sapientemente truccate, fresche di parrucchiera.

Beatrice beve una dorata spremuta di nettare.

Per legare l’anello della gita, mi porta a visitare Il Cantiere, un quartiere bagnato dal fiume che durante l’alcione fu una fogna-arcobaleno, dimora dei Morlocks di Prato: gli immigrati arrivati dal meridione. “Ci era proibito avventurarci,” dice. Ma i divieti dei genitori-dèi non sono più in vigore. Ormai anche gli ex-immigrati hanno le loro modeste ville, provviste di recinti di ferro battuto, con sbarre pieghevoli alle finestre. Temono le invasioni dei famelici barbari venuti dall’est.

Siamo di nuovo sulla terra.


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