ministri

All’inizio, onestamente, non si capiva nemmeno cosa stesse succedendo. Mi spiego: è martedì, noi over trenta di martedì sera siamo solitamente sbracati su qualche divano, e di sicuro non in giro per locali. E poi, porco cane, piove.

In piedi vicino a me c’è una ragazza bionda stile apache con un orecchino al naso, ed è bellissima, e il mio vicino di casa è appena stato lanciato dentro il locale stile boccia da curling.

C’è un’amica che parla con me mentre ci scambiamo aneddoti su quando siamo finite con la faccia a terra, tanto per fare a gara a chi è riuscita a farsi del male in modo più creativo reagendo nel modo più improbabile, e c’è anche un tipo col maglione alla Freddy Krueger che si beve una birra, e una ragazza con dei capelli che non si capisce se sono grigi, viola o argento, ma sono magnifici.

La forbice d’età si aggira fra il “questi sono nati tutti negli anni 90 e sono già tutti più che maggiorenni” e il “non facciamo parte della fetta più anziana, quelli sono più vecchi di noi”. Per una volta facciamo parte della media. Un fratello praticamente acquisito esce dal locale, esci da sola e finisce che conosci tutti, ma questo succede sempre. Non si capisce che sta succedendo, ma è martedì e piove e pare che qualcosa debba succedere, se il disco si chiama “Fidatevi”.

Il bancone è sepolto dalla gente, e probabilmente chi ha fatto terrorismo psicologico alla mia amica aveva ragione, perché da un momento all’altro c’è il mondo. Ci sono anche i Ministri, e allora abbiamo fatto bene a fidarci, a mollare i divani e il sonno e l’idea che domani si lavora e il gatto che ti guarda come a dire “scusami, ma ormai sono sulle tue ginocchia e ti pare il caso che mi alzi?”. E allora lasciami qui sul serio, che ormai ho fatto lo sforzo di crederci, e vienimi a prendere quando non ti vergogni di venire a cercarmi, perché so già che domattina sarò uno spettacolo imbarazzante anche per me stessa. Assonnata, sicuramente rimbambita, ma felice come qualcuno che si è reso conto che fidarsi, a volte, va bene. E non è che sia poco.

Accanto a me c’è una ragazza che è venuta a posta da Roma, e mi sa che è quella che si è fidata più di tutti. Sul palco compare una chitarra, e può capitare che un po’ di musica si faccia: ci scappa qualche pezzo da “Fidatevi”, l’ultimo disco, e un paio di chicche di quelle vecchie fino ad arrivare a una piazza che ancora non si è riempita, ma è il primo giorno. Finisci la voce perché decidi che ne vale la pena, e da la sopra dicono che è sempre bello quando chi ascolta sa già anche i pezzi nuovi, chiedono se abbiamo voglia di fare un po’ di festa, scambiare due parole. Il batterista Michelino ne dice una ogni venti minuti, ma sono sempre serie e pregne di significato. Un eroe fa atterrare sul palco birre e cocktail sani e salvi e pronti alla consumazione e il dj mette Americano merda, e per tre minuti ti sembra di essere al Cencio’s quando avevi quindici anni.

Torni a casa ascoltando Master of puppets a tutto volume, col finestrino abbassato perché altrimenti ti si appanna il vetro, e il gatto ti guarda e ti dice “Ne valeva la pena? Valeva la pena di scomodarmi in quel modo?”

E tu gli dici di si, ma niente croccantini extra nemmeno se me li chiedi, che sei a dieta. E il giorno dopo hai davvero sonno, e sei rimbambita sul serio, ma sei felice come quando scopri che hai fatto bene a fidarti. 

 

 

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