Con i Calexico, un pezzo d’America si è palesato ieri sera all’Anfiteatro del Pecci. Di quell’America bella, gentile, accogliente, crocevia di culture e di tradizioni. E’ piuttosto raro, di questi tempi. Di quell’America di confine, un confine tra passato e futuro, tra country e latinoamericana, tra Arizona e Cuba (anche se geograficamente non esiste) passando per il Messico, il Portogallo, le grandi praterie. Di quell’America che rischia di scomparire in virtù della sua politica dominante, che vede la contaminazione come il demonio. I Calexico sono stati tutto questo, e sono tutto questo da più di vent’anni.

Originari di Tucson, Arizona, quindi profondo sud, deserto di Sonora, cactus, e Messico alle porte. Per forza di cose, un gruppo capace di contaminare le radici americane (per loro, ma non solo, la critica ha coniato la definizione alt-country) con il Buena Vista Social Club cubano, col cantautorato messicano (e d’altra parte Calexico è la contrazione di California + Mexico, oltre ad essere una cittadina di confine quasi simbolica del sud della California) e persino coi Joy Division di “Love will tear us apart”. Capaci di citare “Bella Ciao” dentro una cumbia (Grazie. Anche qui da noi sull’argomento non ce la passiamo bene, ora come ora), capaci di far muovere il piede pur trattandosi di un concerto seduto, dove hanno potuto spaziare su pezzi più riflessivi. Questa cosa non deve capitare molto spesso, a giudicare da quanto il gruppo l’abbia rimarcato. Forse era un invito velato ad alzarsi in piedi: invito raccolto, ovviamente e liberatoriamente negli ultimi brani.

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Senza retorica, uno dei concerti più avvincenti e coinvolgenti degli ultimi tempi da queste parti. Un Anfiteatro gremito che ha risposto al gruppo con tutto l’amore possibile. Joey Burns è un signore davanti al microfono, lontanissimo dallo stereotipo della rockstar, uno che con la sua camicia dentro ai pantaloni ti trasmette il suo status di persona perbene al di là di quello che dice, fuori e dentro le canzoni.

Il gruppo, numerosissimo, tra fiati e steel guitars, tra fisarmoniche e contrabbasso, riesce ancora a proiettarti in quell’eterno road movie con la strada diritta, i cactus ai lati della strada, qualche serpente a sonagli, una cena piccantissima e un motel che ti aspetta per la notte. “Welcome to Tijuana”, diceva quell’altro. Ecco, i Calexico stanno culturalmente dall’altra parte del confine, ma lo spirito è lo stesso. Un concerto assolutamente da ricordare. Grazie al Festival delle Colline di quest’anno, un grazie gigantesco: per quanto mi riguarda, era un bel po’ che non passavo da quelle parti.

(Quella cosa della camicia dentro ai pantaloni me l’ha fatta notare Giustina Terenzi di Controradio. A Cesare quel che è del suddetto.)

P.S. L’entusiasmo per questa bellissima serata a noi di Pratosfera ci ha fatto passare sopra anche alla mala organizzazione del bar del Pecci, che neanche a metà concerto per un po’ di tempo è rimasto senza acqua né birra. Trent’anni di esperienza, forse, non hanno insegnato ancora molto in questo settore.

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