marina abramovic firenze

Lettura del contemporaneo a cura di una non critica che davanti all’arte contemporanea talvolta si commuove fino alle lacrime e qualche altra s’incazza.

Premetto che non sono un critico d’arte. Non ho studiato abbastanza l’arte contemporanea per poterlo fare. Sono curiosa, lavoro da tanti anni in questo campo ma sono consapevole di non avere strumenti sufficienti.

Sono però convinta che l’arte contemporanea, come qualsiasi altra forma di arte, debba essere fruibile da un pubblico più vasto possibile, e per far sì che questo accada, l’unica cosa che serve è aprire cuore e mente a ciò che si vede e si sente.

È quindi a cuore aperto che ci si deve avvicinare al lavoro di Marina Abramovic, questa bella signora serba che ha fatto la storia della performance a cavallo fra due secoli.

L’ho conosciuta qualche anno fa, quando ormai la percentuale di botox era superiore a quella di acqua nel suo corpo. Abbiamo parlato per un intero giorno d’amore, di uomini, di tradimenti e di ripartenze.

Una cosa quasi incredibile.

Non so perché le abbia fatto questo effetto. Forse perché in quel periodo stavo lavorando con quel suo ultimo bellissimo marito che si era tatuato il suo nome sul corpo e che poi, come succede spesso, ha preferito una presenza meno invasiva ed un corpo più giovane accanto a lui. Credo che le abbia frantumato il cuore più di qualsiasi lama che le sia mai passata sul corpo: nella biografia che ho trovato nella cartella stampa della sua ultima strepitosa monografica di quel marito e dei suoi oltre 13 anni di relazione con lui non si ne fa proprio cenno.

Non è un bel segno. Certo non deve essere facile essere marito di Marina e venire dopo Ulay.

La Abramović è una presenza magnetica, una che senti entrare nella stanza anche se hai gli occhi chiusi. Non so spiegare bene cosa provochi questa sensazione, ma il magnetismo che emana è qualcosa di materiale.

Certo che ultimamente di cose inutili, autoreferenziali e talvolta scadenti nel ridicolo ne ha fatte anche lei: il problema è che dai miti non siam mai disposti a prendere risolate.

Devo essere sincera: a me piace, ma davvero tanto.

Oggi ho sentito dire qualsiasi cosa su di lei: è falsa, è un genio, è superata, è la migliore, è ridicola, è un bluff, è dio.

Il bello è che hanno tutti ragione. La cosa fondamentale è che Marina E’, e pure da un sacco di tempo.

Questa mostra (The Cleaner, Palazzo Strozzi, Firenze, dal 21 settembre al 20 gennaio) è bellissima perché bellissimo è quello che è passato nella sua testa in tutti questi anni. Questa mostra va vissuta, non ci si può passare davanti senza calarsi profondamente nel senso che lei ha dato alle cose.

Fermarsi davanti ad un Pontormo certo richiede uno sforzo minore, non è come dividere semi diversi con le orecchie coperte da cuffie che isolano totalmente dal rumore (Counting the rice, 2015) per poter sperimentare la luminosità del vuoto, ma se riuscite a farlo, vi giuro che sarà un’esperienza altrettanto gratificante.

Se aprite la vostra mente, senza pregiudizi, se vi calerete in uno stato d’animo che permetta al vostro corpo di percepire quello che ha sentito lei durante le sue performance, sono certa che anche voi non potrete fare a meno di amarla.

Dimenticavo di dire quali sono le cose dell’arte contemporanea che mi fanno incazzare: i copioni che non hanno nulla da dire, la fuffa delle inaugurazioni e dei cocktail party e quelli che fanno di tutto per non farsi comprendere.

Tutte le info sulla mostra sono qui.

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