Cristina Arnone, raccontaci in breve chi sei, cosa hai fatto, cosa fai.

In breve dopo aver cominciato a fare teatro a scuola, al classico Cicognini, a 19anni sono andata a vivere a Roma dove ho frequentato l’allora neonato DAMS – un’oasi a numero chiuso : il primo anno eravamo solo 150 – laureandomi con una tesi su Leo de Berardinis, indimenticato Maestro. Nel frattempo ho frequentato una scuola di teatro e diversi laboratori – anche quelli proposti dall’ateneo, come con Pippo Delbono – e cominciato a lavorare con compagnie romane di sperimentazione (come Fortebraccio Teatro o il Teatro delle Apparizioni ai suoi inizi) o di teatro ragazzi, con cui mi son data da fare un bel po’, prima di approdare nella compagnia di Glauco Mauri, dove ho lavorato grosso modo dal 2004 al 2009, interpretando ruoli bellissimi come Sonja in Delitto e Castigo e Margherita in Faust.

Ho curato anche lavori esclusivamente miei: un monologo, “Gaia Terra di Mezzo”, e quello che io chiamo un assolo – per l’assenza di drammaturgia verbale  – “Rebecca”, tratto da uno dei casi clinici de “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks. Al momento sto lavorando su un terzo ‘caso’ di donna in difficoltà da metter in scena prossimamente sulla base di un testo di Silvia Calamai – autrice pratesissima anche lei – e di testi miei approntati per un reading poi mai realizzato che si intitolava “A Spregio”. Gli ultimi anni son stati densi di esperienze importanti, come il lavoro con Fausto Paravidino, l’esperienza del Teatro Valle Occupato ai suoi esordi, l’incontro – anche umano – con Saverio La Ruina, che è tra coloro che più stimo. Nel frattempo ho girato un numero di corti monumentale ma imprecisato (anche quest’anno “La Passione degli Endrighi” di Maurizio Milo – dove c’è il grande Carlo Monni in una delle sue ultime interpretazioni – e ora in dicembre un altro in cui ho interpretato una donna che uccide marito e figlio) e lavorato in alcune fiction, nell’ultima delle quali – Il Giovane Montalbano – ho conosciuto Gianluca Tavarelli che è un regista con cui auspico di poter lavorare ancora in futuro. Ho fatto piccoli ruoli anche al cinema, in opere prime e seconde come “La casa sulle nuvole” di Claudio Giovannesi e “L’innocenza di Clara” di Toni d’Angelo ed ecco, il cinema rimane ancora il grande sogno,  poter dar vita a personaggi di vero spessore. (Per chi volesse sapere qualcosa in più segnalo il sito www.cristinarnone.it )

Perchè hai scelto di tornare a vivere a Prato?

Perché preferisco vivere! Roma è un luogo incantato per una gita e “l’unicopostoalmondo” per i romani, per tanti come me è una città caotica e pesantissima da gestire nel momento in cui il lavoro scarseggia. Personalmente necessitavo di venir a risciacquar i panni nel Bisenzio, di ricontattare le radici anche per recuperare una mia creatività personale che rischiava di assopirsi nell’attesa permanente dell’ “ingaggio”. E poi la schiettezza e la semplicità  senza remore dei toscani sono ineguagliabili! Ora che son tornata qui ho realmente capito quanto mi siano mancate. Per me queste cose fanno la qualità della vita.

Qual è il tuo rapporto con questa città? Potresti darle un buon consiglio?

Al momento idilliaco, son nella piena riscoperta di uno stile di vita più quieto e direi anche civile, a misura d’esser umano come si suol dire. Un consiglio che le darei è di non sottovalutarsi! E’ un luogo pieno di risorse e anche quelle che possono esser vissute come realtà problematiche – come per far l’esempio più banale la presenza di una forte comunità cinese non perfettamente integrata nel tessuto cittadino – son a mio parere la spia di quanto il nostro territorio abbia caratteristiche eccezionali di apertura e disponibilità a quella che chiamerei una sorta di sperimentazione sociale. Per non parlare dell’ambito teatrale, davvero ricchissimo! Tu stesso Riccardo (grazie dear, NDR), Cristina Pezzoli, Monica Bucciantini e Letizia Russo, Gli Omini, Kinkaleri, il TPO e non so quant’altri, son tutti artisti che operano qui. Lo stesso Stabile della Toscana, caso unico in Italia, non risiede nel capoluogo di provincia ma a Prato, dove al momento vengono prodotti gli spettacoli di quelli che a mio parere son i più grandi registi in circolazione, Binasco e Stein per citarne un paio. E insomma, anche Carmelo Bene, Massimo Castri e Ronconi hanno scritto pezzi di storia qui.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Ti potremo vedere in azione da queste parti?

Sto preparando uno spettacolo di cui non ho ancora definito il titolo – ma che parte dal testo di Silvia Calamai che debuttò una decina d’anni fa al Teatro de La Limonaia – Congelata – per attuare una riflessione sull’endemica incapacità d’amore di questa nostra epoca, intrecciando pezzi scritti da me e credo anche qualcosa preso in prestito da Shakespeare. Quel che è certo è che lo farò il 30 aprile a Officina Giovani, non so se prima – magari anche in forma di studio – avrò altre occasioni di messinscena. Nel contempo stiam preparando con la compagnia romana di cui faccio parte – Le Tre Grazie – un adattamento turbo de La cena delle beffe di Benelli (altro pratese!) in cui sarò solo interprete, la regia è di Manuela Schiano, ma di quello ormai se ne parlerà prossima stagione.

La grande crisi di questi anni ha colpito anche il mondo dello spettacolo: tu come te la vivi? Cosa potrebbe esser fatto, a tuo parere, per migliorare la situazione dei giovani artisti in Italia? 

La vivo male! L’unica cosa da fare personalmente credo sia non perdere mai la dignità e il senso profondo del proprio mestiere. Credo ciascuno sia chiamato a trovar il suo proprio modo di affrontare la catastrofe. A capire la propria specificità e se ci sia spazio per essa. Per quanto mi riguarda escogito giorno per giorno la resistenza e mi ostino a procedere con la mia semina, benché fuori sembra ci siano solo intemperie. Credo che una cosa che andrebbe fatta  – ma è l’avvio di un lunghissimo processo di scardinamento di tenacissima ottusità sociale – sarebbe smettere dissociare gli artisti a dei lavativi perdigiorno e capire che senza arte – non una musica non un film non un libro non un quadro non uno spettacolo – il mondo sarebbe un inferno. E come tutti abbiamo bisogno del pane e abbiamo bisogno anche delle rose.  Può suonare come uno slogan – un tempo lo è stato – ma per quanto mi riguarda è un concetto molto concreto, che riguarda la necessità primaria di nutrimento e arricchimento di ogni essere umano in evoluzione.  Quello dello spettacolo è un mondo anfibio, con derive superintellettualistiche da un lato e cadute di pochezza abominevole dall’altro. Nel mezzo però ci sta un territorio vastissimo e vivo che dovrebbe essere tutelato e foraggiato da chi ha poteri decisionali in merito. Non la vedo molto bene per la nostra generazione. Nella realtà dei fatti chi ha in mano la gestione economica – nel teatro come nel cinema o in tv – ha in generale uno sguardo miope, vecchio, impigrito, poco curioso, in una parola conservativo. Quindi forse c’è da aspettare che passino a miglior vita tutti coloro che ci stanno costringendo a conservare prima di aver accesso a qualche briciola. A salvaguardia delle generazioni future invece credo che avvicinare i bambini al mondo dell’arte sin da quando sono molto piccoli, farli fruire dei processi creativi – assistere alle prove di una compagnia di danza piuttosto che metter piede nel laboratorio di uno scultore  per esempio – potrebbe essere un buon modo per crescere persone in grado di esperire l’arte e lo spettacolo come elementi imprescindibili del vivere sociale e non come anomalie da alieni.

La richiesta finale di molte interviste di “RidottOperatori”: saluta tre persone che stimi.

Voglio salutar tre toscanacci! Il primo che mi vien in mente è Francesco Nuti, son andata un paio di volte a trovarlo a Narnali e auspico con tutto il cuore che il progetto di co-regia per realizzar un film dalla sua ultima sceneggiatura “Olga e i fratelli Billi” possa andar in porto. Poi saluto Massimo Ceccherini, che è una persona a cui voglio un gran bene e che mi garberebbe riveder sugli schermi in un ruolo crepuscolar-comico simile a quello che interpretò in “N (io e Napoleone)” di Virzì. E poi a questo punto saluto Paolo Virzì! che stimo enormemente sin dagli esordi e con cui sogno di poter lavorare.

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