“Te piace o’ presepio?”: la domanda che Luca Cupiello rivolge al figlio e ai parenti che visitano la sua casa per le feste natalizie ci entra nel cuore. La facciamo nostra, e ci sentiamo catapultati in mezzo alla storia, divertiti e insieme colpevoli.
Con piacere il cartellone del Met accoglie due testi di Eduardo questa stagione: dopo la grande performance di Toni e Beppe Servillo con “Le voci di dentro”, fino a domenica il palco dello Stabile offre “Natale in casa Cupiello”, messo in scena per la prima volta nel 1931.

La storia è tipica, uno squarcio della Napoli della prima metà del Novecento. Luca Cupiello, padre di famiglia e grande amante delle tradizioni, cerca di organizzare un cenone di Natale con i fiocchi, con tanto di presepe, a cui si dedica in maniera maniacale, cercando l’approvazione e il plauso della famiglia. Ma intorno a lui tutto crolla: sulla figlia Ninuccia incombe un matrimonio tragico con Nicolino, che la porterà a progettare una fuga con l’amante Vittorio proprio il giorno di Natale. In casa, il nullafacente figlio Tommasino è sempre alle prese con lo zio paterno, il bisbetico Pasquale, entrambi personaggi quasi alienati e testimoni di una decadenza fin troppo evidente. Colonna della famiglia la moglie di Luca, Concetta, che cerca di risolvere i mille problemi che angustiano i Cupiello mentre il marito pensa soltanto a costruire un presepio all’altezza delle aspettative. Una “divertente tragedia”, come molti degli spettacoli di Eduardo: potente, profetica, geniale.

Questo sulla carta, perché nel riadattamento di Fausto Russo Alesi – per la produzione del Piccolo di Milano – la ridda di personaggi si trasforma in un monologo, in cui l’attore cerca di impersonare tutti i tipi umani dai mille caratteri, in una scena minimale e angusta.
Una prova d’attore straordinaria, ma niente più di questo: la scelta di condensare l’esplosione di una tragedia familiare in un unico attore sulla scena non colpisce lo spettatore, se non per i primi venti minuti. Una pièce che Alesi ha riadattato e curato per se stesso, forse dimenticandosi che il teatro è una delle più grandi manifestazioni d’amore perché lo si crea per gli altri. Molti hanno abbandonato la sala prima della fine, e il brusio degli studenti sui palchetti – che sono il pubblico più attendibile perché assai crudele – è stato quasi ininterrotto.

E’ non c’è stato niente di peggio che sentire alcuni spettatori, alla fine della pièce, affermare: “Lui bravissimo, assolutamente. Ma non è uno spettacolo per me”. Quanta umiltà in questa frase, quanto coraggio! Peccato che lo spettacolo DEVE ESSERE per gli spettatori.
Se Lucariello, prima della sua tragica fine, ha esclamato “Addo’ sta o’ presepio?”, noi invece ci siamo chiesti “Addo’ sta Eduardo?”.

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