foto di Pamela Maddaleno

Portare il teatro tra i detenuti de La Dogaia di Prato. E’ il lavoro che porta avanti il collettivo artistico Teatro Metropopolare nel carcere della nostra città dal 2008. Ne fa parte la regista Livia Gionfrida che sta lavorando, assieme ad una serie di collaboratori ed una ventina di detenuti ad uno spettacolo teatrale che andrà in scena il 23 maggio prossimo, per gli esterni al carcere pratese. Una rivisitazione dell’Otello di William Shakespeare a cui è possibile assistere prenotandosi obbligatoriamente entro il 27 aprile, inviando una mail a [email protected] specificando nome cognome, residenza, data e luogo di nascita, numero di telefono e una fotocopia di un documento valido. Ed è necessario essere incensurato.

Ma cosa vuol dire fare teatro in un carcere? Ha senso? Perché viene proposto? Abbiamo incontrato la giovane regista e ci siamo fatti raccontare il loro lavoro all’interno della Dogaia.

Una premessa, per chi fosse a digiuno della situazione carceraria pratese: la Casa Circondariale di Prato “La Dogaia” è un istituto maschile, una vera e propria città: è grande circa 128mila metri quadrati, ci sono quasi 400 persone che ci lavorano dentro, più di 700 detenuti, in un carcere che ne dovrebbe contenere poco più di 380.
I detenuti sono divisi in 10 sezioni: 8 dedicate alla media sicurezza (di cui una per intero dedicata esclusivamente a reati a sfondo sessuale, ritenuto, per una sorta di gerarchia all’interno del carcere, il peggiore reato che una persona possa compiere) e 2 dedicate alla massima sicurezza (reati di stampo mafioso, etc). All’interno del carcere sono varie le attività a cui i detenuti, specie quelli di media sicurezza, possono accedere, anche perché, per legge, devono passare un tot di ore fuori dalle celle. 
Tra queste, il laboratorio di teatro, a cura del collettivo Teatro Metropopolare.

Teatro Metropopolare e il carcere la Dogaia di Prato

Livia Gionfrida
Livia Gionfrida

“Siamo entrati in contatto con il carcere di Prato attraverso un progetto che avevamo su Rainer Werner Fassbinder – racconta la regista Gionfrida – stavamo cercando un luogo adeguato per fare questo spettacolo e non lo trovavamo. Attraverso alcuni amici ci siamo avvicinati alla realtà carceraria, dove abbiamo trovato il materiale umano di cui avevamo bisogno. Inizialmente doveva essere un lavoro limitato a questo progetto, invece è nato un sodalizio profondo, un forte interesse per quello spazio, che noi viviamo oggi come una sorta di residenza artistica”.
Teatro Metropopolare non lavora solo nel carcere di Prato, ma anche negli istituti minorili di Pontremoli (istituto femminile) e Firenze (maschile). “Siamo un collettivo artistico e non una compagnia teatrale: questo è molto importante per noi, perché è un segno di apertura e libertà di ogni singolo componente. Del nostro gruppo non fanno parte solo attori o teatranti, ma anche persone che lavorano nel campo del cinema o della musica”.
La Dogaia per il Teatro Metropopolare è diventata la base dove mettere alla prova delle idee: “All’interno del lavoro che svolgiamo in carcere siamo tre persone fisse durante l’anno, poi, altri due ragazzi di Milano con cui lavoriamo da anni, ci vengono a dare una mano nel periodo della produzione dello spettacolo”.

L’approccio con i carcerati

Il lavoro teatrale dura tutto l’anno, da settembre a luglio: nel mese di agosto non è possibile per gli esterni accedere al carcere pratese. Il laboratorio è aperto a tutti i detenuti delle media sicurezza, tranne a quelli delle sezioni con reati a sfondo sessuale. “L’età del gruppo varia dai 21 fino ai 60 anni – dice Livia – chi vuole accedere deve fare domanda al personale, che controlla se i richiedenti hanno le caratteristiche per poter partecipare”. 
Ovviamente, il collettivo non può andare a volantinare tra le celle per far pubblicità al laboratorio: “tanto fa il passaparola tra i detenuti. Anche venire a vedere gli spettacoli dei compagni detenuti che mettiamo in piedi, promuove il nostro lavoro, in qualche modo”.
Quando viene accettata la richiesta, il detenuto viene messo alla prova: “sottoponiamo i ragazzi che partecipano ad un intenso esercizio, anche per vedere quanto sono realmente motivati. Partiamo da una base di due appuntamenti settimanali, di circa quattro ore l’uno – a seconda di quanto è disposta l’agente che fa da guardia -, per arrivare in prossimità dello spettacolo a provare quasi tutti i giorni”.
I patti con i detenuti sono chiari ed il metodo di lavoro è preciso: “a me non interessa il fatto che siano detenuti. Qui, nella stanza in cui proviamo e ci ritroviamo, io ho davanti delle persone: questo vuol dire che siamo alla pari, che ci fidiamo reciprocamente e che ce lo dobbiamo dimostrare. E’ una responsabilità da tutte e due le parti: un gioco che negli anni ha dato i suoi frutti”. 
Non porsi, quindi, in modo compassionevole nei confronti del detenuto: “noi facciamo teatro, l’approccio è estetico, scriviamo insieme lo spettacolo, tutti possono mettere del proprio all’interno del lavoro. Il fatto che loro siano detenuti non deve essere una scusa, insomma. Il ‘ti giustifico perché stai facendo una vita orribile’ è deleterio, secondo me. E’ una situazione di cui loro se ne possono approfittare, ed è normale, è naturale. Lo farei anche io”.

Lo spettacolo

Lo spettacolo non è il fine. Noi siamo lì per un altro motivo: questo è provato anche dal fatto che non prefissiamo date, ci prendiamo tutto il tempo di cui abbiamo bisogno per lavorare e confrontarci. Cerchiamo di capire assieme l’argomento che andiamo a trattare”. 
Da tre anni il gruppo lavora su William Shakespeare: ha messo in scena prima Amleto, poi Machbet e quest’anno Otello. “Abbiamo scelto Shakespeare perché è la bibbia del teatro, c’è tutto lì: è popolare, poetico, fortissimo in ogni ambito. Ha resistito tutti questi secoli non per nulla: è resistente agli urti, agli spazi, alle persone, è sempre forte”.
Otello, come tutte le opere di Shakespeare, attraversa tante tematiche, il gruppo ha deciso di fermarsi su una: “Perché Otello uccide Desdemona? Cosa lo porta a fare questo gesto? Cosa vuole dimostrare? Questo è un tema interessantissimo – commenta Livia – da discutere in carcere, prima di tutto per le diversissime culture che ti si presentano davanti: c’hai il napoletano, l’albanese, il nigeriano, il marocchino. Ti scontri con quello che può essere un maschilismo differenziato: quando parli di femminicidio, insomma, hai materiale vivo, persone che l’hanno vissuto sulla propria pelle. Non perché magari abbiamo commesso reati contro donne: ho scoperto un mondo di carcerati che sono dentro per risse o omicidi legati ad una donna, che hanno difeso per magari onore da qualcun altro, forse per non passare da cretini. Se poi si pensa che a farli lavorare è una regista donna, in un carcere maschile, questo dà ancora più forza a tutto il progetto”.
Mettere in scena uno spettacolo in carcere non è così semplice: “La cosa più complicata di fare teatro a La Dogaia è stato capire che ogni gesto o situazione che fuori poteva essere forte ed efficace, in carcere diventava banale. Una scena, ad esempio, in cui c’è una frase forte detta dal protagonista che tira fuori una pistola. Fuori dal carcere può funzionare, dentro diventa ridicola e tutti si mettono a ridere. Quel luogo è un luogo di formazione, anche della mia: lì impari a trovare qualcosa di efficace all’ennesima potenza, di asciutto, semplicità assoluta ma precisa. Facciamo ricerca teatrale nella sua accezione più precisa, insomma”.

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Il lavoro con gli agenti

“C’è da dire che il rapporto è molto cambiato negli anni: siamo entrati in sintonia con alcuni agenti, con la direzione, grazie ai quali tutto questo non sarebbe possibile. Ad esempio, quest’anno è la prima volta in assoluto che proponiamo lo spettacolo di sera, perché di solito alle 16,30 tutte le attività terminano: questo vuol dire turni doppi per il personale, extra, e quindi anche un investimento da parte del carcere. E’ testimonianza di fiducia, immagino. E’ comunque costante il lavoro che facciamo con gli agenti per fare capire loro cosa stiamo facendo, coinvolgerli, spiegarli perché fai una cosa, perché introduci un oggetto in carcere, piuttosto che un altro. Il livello culturale , a volte, non è alto e questo conta: non per fare un discorso snob. Per alcuni agenti far passare il tempo a ‘questi’ è tempo perduto”.

A cosa serve tutto questo?

Il lavoro di Teatro Metropopolare non è visto come un percorso di rieducazione, come spesso siamo abituati a sentire: “Per me la bellezza è inevitabilmente catartica non mi piace dire educativa – racconta Livia – ma indubbiamente fa bene. E’ liberatoria, fa conoscere se stessi. In questa società, dove non è assolutamente contemplata, sia fuori che dentro al carcere. Non abbiamo spazio per quella parte di noi. E’ per questo che è importante il percorso, in cui si crea quel legame in cui siamo quasi indispensabili l’uno a l’altro. Si creano degli scambi umani. Il teatro ha questa particolarità rispetto alle altre forme d’arte: questo confronto uomo a uomo che è necessario, anche fuori dal carcere, forse”.

(Foto: in bianco e nero su pellicola di Pamela Maddaleno, a colori Laura Maffe)

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