Mirpur è uno dei tanti quartieri industriali nella periferia di Dacca, la capitale del Bangladesh, il paese da cui provengono molti dei capi di abbigliamento che indossiamo tutti i giorni, firmati e non. Non lontano (20 km circa) si trova la zona che nel 2013 ha fatto registrare il peggior incidente della storia dell’industria tessile: Savar. Nel crollo del Rana Plaza, un edificio di otto piani con cinque grandi aziende tessili, morirono più di 1.200 persone. Era il 24 aprile e tra le macerie spuntarono anche i nomi di una quarantina di grandi aziende di abbigliamento, tra cui anche l’italiana Benetton.

La tragedia scatenò scandali, sommosse e un ampio e giustificato dibattito internazionale (cui prese parte anche il Papa) sulla sicurezza nelle fabbriche tessili in Bangladesh, la condizione delle persone che ci lavorano e soprattutto su quello che potevano fare governi e grandi committenti perché tragedie evitabili come quella del Rana Plaza non si ripetessero più.  Alcune multinazionali dell’abbigliamento sottoscrissero un accordo sul risarcimento alle famiglie delle vittime e sulle regole da imporre nei luoghi dove i loro prodotti vengono confezionati, altre invece si rifiutarono proponendone un altro.

Il Bangladesh, riporta Internazionale nell’articolo “Qual è il prezzo del Made In Bangladesh“, deve al comparto tessile il 75% delle esportazioni, gli operai del settore guadagnano circa 30 euro al mese (nel 2010 secondo la Banca Mondiale).  Repubblica e altri quotidiani sono tornati sull’argomento un anno dopo, denunciando che poco era stato fatto, soprattutto in termini di risarcimento. E la storia continua.

Claudia Gori, fotoreporter pratese che abbiamo conosciuto qui, ha visitato e fotografato un’azienda tessile di Mirpur, quartiere alla periferia di Dacca. Tiene un blog chiamato C+1.

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