Il filosofo Michael Focault nel saggio sull’ermeneutica del sé, sostiene che la ricerca scientifica e la riflessione epistemologica sullo studio delle proprietà dell’ “Oggetto” è giunta alla sua fase matura, in parole povere non abbiamo più niente da scoprire su come condurre una seria ricerca sull’ ”Oggetto”, possediamo modelli sperimentali di indagine e verifica dei risultati, ormai ben collaudati. Dove invece siamo carenti è la ricerca scientifica che riguarda il “Soggetto”, la ricerca che riguarda il cambiamento del soggetto, cioè la ricerca che riguarda il cambiamento di “Noi stessi”, come gli esseri umani cambiano nel tempo i loro stili di vita e quali sono le componenti fondamentali di questo cambiamento.

Sono ormai ampiamente dimostrati, e riconosciuti dall’O.M.S, i successi ottenuti da tutto quel mondo che si richiama alla cultura dei gruppi di auto-aiuto e fra questi l’esperienza di promozione della salute mentale attraverso la pratica sportiva effettuata dalla Polisportiva Aurora è sicuramente un valido esempio.

Le Suore Domenicane di Santa Maria del Rosario, la polisportiva Aurora e il Dipartimento di Salute Mentale della ASL 4 di Prato sono i soggetti attuatori del progetto: “Cittadini del Mondo – Passaggio in India”, credo sia opportuno offrire a chi legge una cornice relativa a un progetto che si attua da oltre 9 anni.

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Tutto nasce da due fatti soggettivi:
il primo è il senso di impotenza provato dalle Suore del Rosary Convent che tutte le domeniche dicevano la messa all’interno del Settlement, un luogo dove venivano segregate circa 400 persone fra uomini e donne che non godevano di alcun diritto e che somigliava molto ai nostri manicomi prima della legge 180. Il secondo fatto è la richiesta di aiuto espressa a Madre Paola, dall’allora Sindaco di Cochin Mercy Williams, e che può essere così sintetizzata: “Aiutami a rendere il Settlement-Manicomio un luogo più umano, un luogo più rispettoso dei diritti umani”.

Il nostro progetto nasce per dare una risposta a due dichiarazioni di impotenza ed è un progetto che al suo inizio non aveva ben chiaro l’obiettivo che si prefiggeva. L’unica chiarezza che confortava i partecipanti al progetto era la profonda convinzione che le persone che soffrono di disagi psichici, “non sono mai dei problemi” ma sono sempre delle “risorse”, cioè persone dotate di risorse che purtroppo soffrono di una malattia psichiatrica, la quale può essere affrontata positivamente come una qualsiasi altra malattia che colpisce un essere umano.

Oggi, a distanza di nove anni, abbiamo ben chiaro quale sia il nostro obiettivo, che possiamo così sintetizzare: “Favorire una rete di solidarietà internazionale fra India e Italia per promuovere la salute mentale dei partecipanti al progetto e per ridurre lo stigma e i pregiudizi rispetto alle persone che soffrono di malattie psichiatriche. Oltre a questo obiettivo principale si sono realizzati altri obbiettivi secondari:

a) Promuovere la salute mentale fra i giovani di 17-29 anni frequentanti le scuole medie superiori o l’università.
b) Promuovere la salute rispetto ai problemi alcol correlati che affliggono la società Italiana e indiana.
c) Promuovere, in collaborazione con il Dr. Alfio Naldoni del progetto: “Un Prato per l’India” la prevenzione e la cura odontoiatrica.

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Rispetto all’esperienza di quest’anno, credo che possiamo sottolineare una serie di cambiamenti positivi che hanno sicuramente arricchito il nostro progetto. In primis la metodologia dei laboratori programmatici per la formazione del gruppo, un lavoro che dura circa sei mesi e che ha lo scopo di formare un gruppo molto eterogeneo composto da : 6 giovani studenti , 6 volontari della Polisportiva Aurora che soffrono di malattie psichiatriche, 3 volontari, impegnati nei progetti di salute mentale e 3 operatori della ASL .

Lo scopo del laboratorio di formazione del gruppo è quello di favorire l’incontro fra soggetti estremamente diversi per  età, cultura, esperienza di vita, stato di salute, professionalità, espressione di fede religiosa, ecc. ecc. Il gruppo, pur seguendo un canovaccio frutto dell’esperienza di questi anni, attua la metodologia del fareassieme- empowerment che prevede il diritto dovere dei componenti di apportare tutti i suggerimenti e le modifiche al progetto ritenute più opportune.

Nel gruppo vige l’etica della condivisione e della responsabilità, dove tutti sono chiamati a sentirsi responsabili di tutti e ogni soggetto viene stimolato ad essere propositivo. In un gruppo di questo tipo l’iterazione intersoggettiva viene amplificata al massimo, con lo scopo di sviluppare nuove relazioni e in particolare per favorire l’incontro con quella diversità che da una parte ci incuriosisce ma dall’altra ci inquieta, ci crea ansia e in alcuni casi addirittura disagio. Come si può forse intuire la relazione che vogliamo favorire è una relazione stressante, che non fa dormire sonni tranquilli perché è carica della tensione tipica di un viasggio effettuato in un luogo sconosciuto, un luogo avventuroso.

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La metafora del viaggio si addice molto bene anche al viaggio dentro noi stessi, dentro le nostre sicurezze e fragilità, dentro la nostra potenza-impotenza, dentro il nostro coraggio e le nostre paure
. Il viaggio approda al Settlement-Manicomio di Cochin dove vivono le persone meno fortunate, le persone che si preferisce evitare, le persone che un tempo venivano segregate e private dei diritti di cittadinanza. Quando siamo arrivati al Settlement la prima volta nel 2007, poche persone avevano il coraggio di entrarci e quando lo facevano si limitavano a dare un contributo economico per poi allontanarsi velocemente. Noi, invece, abbiamo portato: “L’assemblea di reparto” dove tutti gli ospiti del Settlement possono esprimere i loro bisogni, le loro esigenze soggettive e quasi sempre alla fine dell’incontro ci donano la loro voce, le loro canzoni, le loro storie.

Infatti, per quanto una persona possa essere povera e limitata nelle capacità cognitive, quasi sempre è capace di raccontarsi, di narrare le circostanze che hanno determinato l’alienazione e il conseguente ingresso al settlement-manicomio. Il raccontarsi, il narrarsi, sono aspetti fondamentali del progetto e anche quest’anno faremo una piccola pubblicazione che raccolga le storie e i contributi dati dai partecipanti. Dal confronto che abbiamo avuto con il direttore del Settlement e con gli operatori è emerso un grande apprezzamento verso il gruppo del La.Pi.S (Laboratorio di pittura sperimentale) che ha portato la pittura collettiva con la realizzazione di cinque grandi pannelli (metri 3X2) collocati nelle camerate.

Negli anni precedenti lo scopo principale dei nostri interventi riguardava gli aspetti igienico sanitari, con il gruppo della pittura collettiva abbiamo voluto sviluppare gli aspetti estetici, nella consapevolezza che vivere in ambienti igienici, sani e esteticamente confortevoli promuova la salute mentale. Un altro aspetto estremamente positivo che abbiamo potuto constatare è stato l’incontro con tanti gruppi di giovani indiani che sono venuti al Settlement per portare i loro contributi e la loro solidarietà. Abbiamo incontrato gli studenti dell’Orfanotrofio Don Bosco, poi quelli che svolgono volontariato nella Croce Rossa, nella Polizia Municipale e infine gli studenti universitari del Sacred Heart College che sono stati capaci di raccogliere 42.000 rupie, per la costruzione di un impianto ad energia solare che dovrebbe fornire il Settlement di acqua calda.

Alla cerimonia di consegna della sottoscrizione era presente Mr. K.V. Thomas, membro del Parlamento Nazionale dell’India. Otto anni fa il Settlement-Manicomio era un luogo da evitare, un luogo dove le persone venivano dimenticate. Oggi l’area centrale del Settlement somiglia ad una piazza, ad una agorà, somiglia sempre di più ad un luogo di incontro, aperto ai cittadini di Cochin e a tutte quelle persone che vogliono promuovere la salute e il benessere dei loro ospiti. Gli artefici di questa trasformazione politica, culturale, igienico sanitaria e di promozione della salute, credo siano molti e noi, rispondendo alle due domande di impotenza dell’allora sindaco di Cochin Mercy Williams e di Madre Paola, crediamo di aver dato un contributo significativo a questa trasformazione.

Lamberto Scali
Responsabile della Cooperazione Sanitaria
Internazionale dell’ASL 4 Prato.

Foto di Ivan D’Alì

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