dormitorio

La prima volta che ho messo piede in Italia era il 7 dicembre 2013, avevo 26 anni. La mia bambina, due. Sono partita di corsa dopo aver sopportato ogni angheria in Guinea. Essere una ragazza madre laggiù è disonorevole, un’onta per l’intera famiglia e io non ho avuto altra scelta che scappare”.

Ha due occhi neri e luminosi, i capelli corti e una figlia bellissima. Non le va di divulgare il suo nome, ma ci tiene, tanto, a raccontare, a raccontarsi. La sua è una storia che aiuta a comprendere quanto anche a Prato sia impellente la necessità di un dormitorio per donne senzatetto in cerca di un posto caldo e sicuro dove poter trascorrere la notte. Per ora, rifugio per donne sole sono la Casa Aurora della Caritas, la Casa Madre-Bimbi dell’Opera Santa Rita e la Casa accoglienza il Soccorso gestita insieme al Comune di Prato. Presto però ne nascerà un’altra, Casa Agar, la nuova opera promossa dalla Diocesi di Prato attraverso la Caritas, le cui porte dovrebbero aprirsi entro la fine del prossimo anno nella zona di Tobbiana, in una struttura messa a disposizione dalla parrocchia. Si tratta di un servizio di accoglienza notturna femminile pensato proprio per venire incontro alle situazioni di emergenza abitativa temporanea, come quella vissuta dalla bella mamma della Guinea.

“Il padre della mia principessa – racconta – pur non volendo star con me, aveva deciso di riconoscere la nostra piccola e anche di aiutarci. Quindi scelsi di raggiungerlo a Prato, la città in cui all’epoca viveva e in cui mi ha aspettata per darci un posto in cui vivere al riparo dalla persecuzione nel nostro paese d’origine. Quando rimasi incinta tutti volevano che abortissi, che rinunciassi a quello che tutti consideravano il frutto del mio peccato. È stato durissimo. Scegliere di tenere la bambina è stato considerato un sopruso, un insulto. Ho lottato, cercando di farmi accettare perlomeno dai miei genitori, dalla mia famiglia. Ma dopo due anni la mia vita era impossibile e la fuga l’unica speranza”.

Qui si commuove. Ma dura un attimo. E riprende. “Siamo salite su un aereo, io e il mio fagottino, poi da Pisa a Prato col treno. Ed è qui che mia figlia ha visto per la prima volta il suo babbo. Sembrava che tutto si mettesse per il meglio. Restammo ospiti di una sua amica per alcuni mesi e iniziavamo ad ambientarci. Poi un giorno mi disse che la padrona di casa era incinta, che la casa era piccola e che dovevamo sloggiare. Andate in Francia da mia sorella, mi ordinò. Abiterete tre mesi da lei, giusto il tempo per sistemare la situazione qua. Troverò una casa tutta vostra e un lavoro per te”. I suoi occhi si rattristano. Si ferma, respira, poi nel suo italiano misto al francese riprende. “Da quel momento si fece sentire sempre meno. I tre mesi passarono in un soffio e lui sparì nel nulla. Smise di rispondere persino alle telefonate della sorella, che scalpitava per mandarci via di casa. Le pensai tutte. Lo giustificavo persino. Era dura digerire che ci avesse volutamente abbandonate. Solo ora ho capito che ha voluto liberarsi di noi e di tutti i problemi che rappresentiamo per lui. Ma in quel momento volevo solo ritrovarlo”.

Infatti, decide di tornare in Italia, a Prato, nella speranza di rivederlo e costringerlo a rispettare la parola data. I soldi le arrivano da una coppia francese conosciuta durante una passeggiata in un parco. “Senza pensarci due volte ci pagarono il viaggio per Prato e tornammo qua di corsa. Era l’ottobre scorso”. Arrivata in città, si rende conto che le pochissime persone che aveva conosciuto durante il suo soggiorno e che ruotavano intorno alle conoscenze del padre di sua figlia erano sparite assieme a lui.

“Nessuno era più disposto a aiutarci. E di lui nessuna traccia. Ci siamo ritrovate sole e senza un soldo – riprende, scandendo le parole -. E per un’infinità di giorni abbiamo dormito alla stazione centrale. È stato un incubo. Ogni volta che iniziava a calar la notte mi assaliva la paura. Ci sistemavamo sempre vicine alle altre donne clochard. E anzi, erano loro a raccomandarsi con me di non allontanarmi troppo. L’unione fa la forza, mi dicevano. Così la notte passava in un dormiveglia teso, in cui vegliavo sulla mia piccola senza riuscire a riposare un attimo. Poi ogni mattina cercavo di garantirle igiene e pulizia come meglio potevo e ce ne andavamo nel grande bagno della stazione. Lavata, pettinata e profumata, così volevo e voglio che sia mia figlia e io con lei e per lei”.

Poi ogni giorno giravano per la città in cerca di qualche aiuto e di un pasto. Che puntualmente trovavano alla mensa dei poveri. Ed è stando in fila per prendere da mangiare che sente parlare di un dormitorio per senzatetto, il La Pira in piazza del Carmine. “Ma non mi accettarono – racconta -. Sono una donna e quello è un dormitorio maschile. Avrebbero voluto aiutarmi, ma non potevano. Allora mi indirizzarono dagli assistenti sociali di via Roma dove mi spiegarono tutto quello che dovevo fare per ricevere aiuto. Io voglio lavorare, non voglio più chiedere agli altri l’elemosina. Ma prima ho bisogno di mettere mia figlia a scuola. Ed è così che ho incontrato la Caritas, dove ho trovato persone disposte ad ascoltarmi, ad aiutarmi, a ospitarmi. Mi hanno rimesso in piedi, restituito dignità. Adesso dormiamo nelle strutture della chiesa di Maliseti, poi andremo nella casa d’Aurora. E nel frattempo spero che la mia piccina possa essere accolta in un asilo in modo da dedicarmi a cercare un lavoro, uno qualsiasi, che mi permetta di vivere con dignità assieme a lei. Un angolo dove dormire con mia figlia vale più dei soldi per me. E loro hanno saputo darmelo”.

E come lei ce ne sono tante donne, con o senza figli, costrette a dormire per strada in attesa di una vita migliore. Toglierle dalla strada significa dar loro dignità e fiducia, significa farle tornare a vivere.

“Le volontarie della Caritas mi hanno aiutato a far tutto, mi hanno accompagnata per uffici e anche dal medico. Mi hanno veramente fatto risorgere. Qui sono tranquilla e ho potuto anche affrontare di nuovo i miei genitori. Ho avuto il coraggio di richiamare mio padre, spiegandogli tutto quello che sto passando. E’ ancora molto arrabbiato con me, ma sento che mi vuole ancora bene e per me è importante. Non potrò tornare a casa, ma so che pian piano mi perdonerà. Intanto l’unica cosa che voglio è garantire un futuro alla mia piccola qui. E lotterò con tutte le mie forze per riuscirci. Se penso all’amore? Non ora. Prima voglio l’indipendenza e la sicurezza per noi due. Poi verrà il resto. Adesso non mi resta che trovare il modo per dire grazie e ancora grazie a chi mi ha tolto dalla strada. Non potrò mai sdebitarmi a sufficienza, ma di certo ci proverò”.

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