Un giorno di questi, tra uno, due o massimo tre giorni, i rifugiati arriveranno nella piana, alle porte delle nostre città.

Verranno fatti sistemare (si adageranno naturalmente, come il mare che va finché non ha uno scoglio, citando il cantante) giusto alle porte delle nostre città, che saranno state preventivamente cintate di reti e muraglie.

Tutto proseguirà come sempre, come è naturale: loro staranno là, noi staremo qua, e continueremo con le nostre vite di sempre. Con i nostri fine settimana lieti. Con le nostre settimane a lavorare cercando di mantenere un po’ di umanità. E comunque passano in fretta.

Solo a volte, quando accompagneremo i nostri figli in treno, o in auto, nelle città vicine per uno spettacolo di teatro, per una gita scolastica, per un compleanno, o a trovare un vecchio amico, in quei viaggi con i nostri figli, loro ci chiederanno:

«Babbo, chi sono quelli?»

«»

«Forse sta arrivando in città il circo e quello è il loro accampamento?»

Noi saremo tentati di dire subito: «Sì, sì, è così, come dici. Immagina che vite avventurose, devono avere i circensi» .

Ma poi invece rimarremo zitti, guardando la strada, perché non avremo nulla da rispondere.

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