Barzagli durante la finale del 2012 - via Wikipedia

Al principio era la Coppa Internazionale, una campionatino tra le nazioni più forti del Vecchio Continente: Italia, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia – a cui si aggiunse in seguito la Svizzera – che dopo essersele date di santa ragione per secoli, continuarono a pugnare sul campo di calcio. L’Inghilterra, ovviamente, se la tirava da paura e snobbò la competizione alla stessa maniera della Coppa Rimet.

La formula non era delle più avvincenti: si giocava l’andata e poi il ritorno e chi faceva più punti si aggiudicava il titolo, senza finale o scontri diretti. Il problema era che tra una partita e l’altra, causa problemi logistici di ogni sorta, tra i quali si annoverano guerre, tragedie aeree, regimi dittatoriali e mancanza di soldi, passavano mesi e mesi e per aggiudicare un’edizione ci volevano anni. Dal 1928 al 1960 se ne disputarono sei. L’Italia ne vinse due, record di una manifestazione caduta presto nell’oblio.

Si cominciò a pensare che forse era il caso di cambiare formula, fu cosi che nel 1960 l’Uefa vara la Coppa Henry Delaunay (morto un paio di anni prima) dando vita al Campionato Europeo di calcio, come – più o meno – lo conosciamo ora. Nasce un torneo per sole quattro Nazionali, a cui si accede tramite qualificazione. Si disputa nella nazione che tra le quattro offre più garanzie organizzative. Due scontri diretti e chi vince va in finale. E ciao.

La prima edizione si gioca in Francia ma par d’essere alla Festa dell’Unità. Si qualificano Urss, Jugoslavia, Cecoslovacchia. Unica intrusa la Francia gollista. L’Urss con in porta il grande Yashin – che si è qualificata grazie al rifiuto del generale Franco di mandare la Spagna a giocare nella terra dei comunisti – prende a sberle i cecoslovacchi – senza carrarmati – e si ritrova in finale contro la Jugoslavia. Nella finale tra sovietici e comunisti non allineati, vince l’ortodossia, 2 a 1 ai supplementari per i sovietici. La Cecoslovacchia completa il podio, battendo i transalpini nella finale per il terzo posto. La bandiera rossa sventola gagliarda sull’Europa calcistica.

1964, si gioca in Spagna. L’Urss campione in carica si sbarazza 3 a 0 della Danimarca, e si ritrova in finale con i padroni di casa che hanno faticato più del previsto a superare l’Ungheria. Finisce 2 a 1 per gli spagnoli – nelle cui fila brilla la stella interista di Luisito Suarez – grazie al goal allo scadere di Marcelino.

Giacinto Facchetti alza la Coppa - via Wikipedia
Giacinto Facchetti alza la Coppa – via Wikipedia

1968, e venne la volta dell’Italia che, da padrona di casa, vince il torneo. Lo fa grazie alla buonanima di Facchetti che, scegliendo testa, ci fa andare in finale. Contro la solita Urss finisce 0 a 0 anche dopo i supplementari, non essendo previsti i rigori, l’arbitro Tschencher la regola alla vecchia maniera: lanciando una monetina negli spogliatoi. Al sorteggio partecipano solo i due capitani e quando buonanima Giacinto esce radioso, tutti capiscono che ci è andata di culo. In finale troviamo la temibile Jugoslavia che ha sconfitto i campioni del mondo inglesi. Subito in svantaggio, Domenghini pareggia a dieci dal termine, ma di nuovo non bastano i supplementari per decretare il vincitore. Ora, va bene per la semifinale, ma decidere una finale a testa o croce pare a tutti un po’ bruttino, così si la si rigioca quarantotto ore dopo. In finale 2 l’Italia vince 2 a 0, grazie alle reti di Riva e Anastasi.

1972. L’edizione ospitata dal Belgio inizia con la mancata qualificazione dei campioni europei in carica – nonché vice campioni del mondo – azzurri e culmina con la vittoria della Germania Ovest, trascinata dalle reti di Gerd Muller. I crucchi distruggono l’Urss in finale 3 a 0, mentre i padroni di casa battono nella finalina l’Ungheria.

1976, si gioca in Jugoslavia, e se i padroni di casa il torneo si rivela un flop clamoroso, la Germania già campione in carica e campione del mondo vede svanire il sogno del triplete. Lo fa al cospetto della sorprendente Cecoslovacchia, che ha la meglio 5 a 3 dopo i calci di rigore, finalmente inseriti.

L’edizione del 1980 in Italia fa da spartiacque. Cambia finalmente il regolamento: si passa da quattro a otto squadre, suddivise in due gironi; le prime vanno direttamente in finale, le due seconde si contendono il terzo posto. Vince la Germania che supera in finale in Belgio 2 a 1 grazie alla doppietta di Hrubesch. Nella finale per il terzo e quarto posto servono nove rigori a testa per decretare la vincitrice tra Cecoslovacchia e Italia (1 a 1 dopo i supplementari). Decisivo l’errore di capoccione Collovati.

Nel 1984 in Francia si cambia di nuovo, si comprende che il calcio non è uno sport decoubertiano, e di arrivare terzi o quarti non gliene può fregar di meno a nessuno. Vien così eliminata la finalina e vengono inserite le più appassionanti semifinali. Vincono i padroni di casa che finalmente si scoprono una potenza calcistica, grazie a le roi Michel Platini. In finale battono la Spagna 2 a 0. L’Italia, campione del mondo, stecca la qualificazione: inizia l’epoca bizantina della gestione Bearzot.

Quella del 1988 è forse, dal punto di vista del gioco espresso, una delle edizioni più spettacolari del torneo. Si gioca in Germania Ovest ma i padroni di casa, favoritissimi, incappano in semifinale nell’Olanda milanista che, dopo un pessimo inizio culminato con la sconfitta contro l’Urss, vede accendersi la stella di Marco Van Basten e non ce ne è più per nessuno. In finale ritrovano l’Urss – che ha superato in semifinale la brillante Giovine Italia di Azeglio Vicini, rivelazione del torneo – ma stavolta la musica cambia. Vincono gli orange grazie alla rete di Gullit e al celeberrimo goal di Marco Van Basten, che pietrifica Dasaev con un pallonetto al volo. E’ uno dei goal più belli della storia del calcio che sancisce la fine della perfetta armata rossa calcistica costruita dal colonnello Lobanovskji e l’inizio dell’odissea umana e sportiva del suo campione più rappresentativo: il portiere-capitano Rinat Dasaev, ultimo eroe calcistico sovietico.

A un’edizione così bella fa seguito quella del 1992 in Svezia, dove va in scena la favola della Danimarca. Ripescata grazie alla guerra dei Balcani e alla conseguente cacciata dal torneo della fortissima Jugoslavia, la Danimarca trova nel portiere Schmeichel il proprio leader che, a suon di parate, la sospinge sino alla finale. In particolare risulta decisiva quella sul penalty di Van Basten, nella semifinale contro i campioni uscenti, decisa ai calci di rigore. In finale il miracolo si compire: 2 a 0 contro la Germania campione del mondo. E se nascono leggende sulla prova impalpabile dei tedeschi – fiaccati, si mormora, non tanto dal sole a mezzanotte che non fa dormire, quanto dai bagordi a base di birra e orge al termine delle partite, che pare facciano dormire solo sul campo – commuove il mondo la storia di Kim Vilfort (l’uomo con la giacca più brutta di tutta wikipedia), medianaccio sconosciuto fuori di patria, che in silenzio si fa la spola in aereo tra Svezia e Danimarca per stare accanto, tra una partita e l’altra, alla figlia, che lotta in un letto di ospedale contro la leucemia. È una storia così bella che nessuno ha il coraggio di far notare che la sua rete è viziata da un tocco di mano con cui stoppa la palla, prima di fulminare il rallentato Illgner sul primo palo. Gli eroi danesi festeggeranno il titolo portando la coppa nella camera d’ospedale della piccola Line. Morirà pochi giorni dopo, a soli otto anni.
L’ennesima mancata qualificazione dell’Italia, sancisce la fine dell’era Vicini e l’inizio di quella di Sacchi.

Nel 1996 si passa da otto a sedici squadre. Si gioca in Inghilterra, ma vince la Germania superando in finale la sorprendente Repubblica Ceca di Nedved e Poborsky, prendendosi la rivincita della finale di venti anni prima. Addirittura in vantaggio i boemi, per i crucchi la raddrizza Bierhoff che prima pareggia, poi mette a segno il golden goal nei supplementari. Sciapa l’esperienza azzurra, eliminata nel girone dal pareggio proprio contro i tedeschi, in virtù dell’errore dal dischetto di Zola. L’unica cosa buona è che finisce l’epoca di Sacchi, che ormai più nessuno sopporta.

Totti_Euro_2000
Francesco Totti – via Wikipedia

Nell’edizione 2000 disputata in Belgio e nei Paesi Bassi si consuma, per l’Italia, la beffa più atroce del torneo. E sì che in semifinale gli azzurri son protagonisti di una partita leggendaria. In dieci uomini dopo mezzora, contro i padroni di casa olandesi, favoriti della vigilia e aiutati dall’arbitro, si affidano a San Francesco Toldo che prima para un rigore a De Boer, poi ipnotizza Kluivert che calcia il secondo rigore della partita sul palo. Non ci si schioda dallo zero a zero, così si va ai calci di rigore. San Francesco ne para altri due, mentre Stam calcia alto. Ma il top lo raggiunge quel disgraziato di Francesco Totti, vera star dell’edizione – nonostante il ballottaggio che divide al solito l’Italia con Del Piero – che in una situazione del genere je fa er cucchiajo a Edwin van der Saar, portiere alto due metri. Sulle ali dell’entusiasmo, con un gioco brillante, gli azzurri mettono sotto in finale i Francesi campioni del mondo, con la rete di Del Vecchio, ma in pieno recupero e mentre già stavo sventolando il tricolore nel salotto di casa, Wiltord infila Toldo con un preciso diagonale. Ai supplementari Tretzeguet ci castiga, grazie al golden gol. Tutta Italia se la prende con Del Piero, che sull’uno a zero a due passi da Barthez sbaglia come un pivello la rete del ko, ma Berlusconi se la prende con Zoff, reo di non aver fatto marcare Zidane. Zoff si dimette in tronco e a chi gli fa notare che le accuse vengono da un rinomato cazzaro, risponde è vero, ma ormai l’ho detto, che figura ci faccio se torno indietro? Avrà tutta la mia stima.

La festa per la vittoria dei tifosi greci - via Wikipedia
La festa per la vittoria dei tifosi greci – via Wikipedia

Come avrete capito, fin dall’inizio, l’Europeo non ha mai mancato di riservare sorprese e cocenti delusioni, meno sentito di un Mondiale ma anche di una Coppa America, ha premiato spesso nazionali di seconda fascia e coronato i sogni di gloria di eterne incompiute. Ma niente di quello che avete letto sinora è paragonabile a ciò che accadde nel 2004, in Portogallo, quando ad aggiudicarsi il titolo, fra le tante stelle del torneo, fu addirittura la Grecia. Sì, accadde davvero, anche se a dodici anni di distanza pare impensabile, anche se nessuno si ricorda più il nome di uno dei giocatori che compirono l’impresa, tranne Dellas, ma solo perché giocò nella Roma, Vryzas che qualcuno ricorda senza troppa gloria con le maglie di Perugia, Fiorentina e Torino e il portiere Nikopolidis, solo perché somigliava a George Clooney.
Per la verità i Greci nel girone avevano già superato i padroni di casa, ma che potessero avere la meglio anche in finale di una squadra con gente come Figo, Ronaldo, Deco e Rui Costa, era qualcosa di inaudito, come la sventurata uscita del portiere Ricardo che decise il match. Vince la Grecia 1 a 0 con un sistema di gioco così noioso che il Trap e Cesare Maldini al confronto erano degli esteti avanguardisti. Al netto degli avvenimenti la cosa più importante fu che indovinando il risultato esatto della semifinale Francia Inghilterra, 2 a 1, vinsi una scommessa destinata a cambiarmi la vita. E non fu facile visto che al 90esimo la Francia era sempre sotto 1 a 0.

Lo stadio di Francia Italia - via Wikipedia
Lo stadio di Francia Italia – via Wikipedia

Nel 2008 in Austria e Svizzera inizia il fenomenale quanto odioso ciclo spagnolo. Le furie rosse piegano in finale la Germania grazie alla rete di Torres. Continua intanto la maledizione azzurra, come se dovessimo ancor pagare dazio per la monetina del 1968. Dopo i fasti del mondiale del 2006, l’Italia passata in mano a Donadoni riesce a passare il turno nonostante il 3 a 0 subito dall’Olanda guidata da Van Basten, grazie al rigore parato da Buffon a Mutu contro la Romania (1 a 1) e alla signorilità dello stesso Van Basten che non cede ai biscotti con i romeni. L’Italia va fuori agli ottavi contro la Spagna. Essere stati eliminati solo ai rigori dai futuri vincitori del torneo, è l’unica consolazione che ci rimane, oltre ad averle suonate di nuovo ai francesi 2 a 0, cosa che ci fa sempre stare bene.

Si arriva così all’Europeo del 2012 in Polonia e Ucraina. In pieno boom da social network tutti sentono il dovere di dire la propria sulla scelta di organizzare il torneo in un paese, l’Ucraina, dove si uccidono i cani randagi, si tiene la Tymosenko in carcere e la prostituzione dilaga. Dette in ordine di importanza per la rete.
Sul terreno di gioco la Spagna corona il fantastico triplete, Europeo-Mondiale-Europeo, superando di nuovo l’Italia, guidata da Prandelli, raggiungendo la Germania nell’albo d’oro con tre successi continentali. Le due squadre si affrontano alla prima partita e finisce con un 1 a 1 che accende le speranze azzurre. E se la Spagna come da copione raggiunge sì la finale, ma superando il Portogallo di Cristiano Ronaldo solo ai rigori, l’Italia di Prandelli supera anch’essa ai rigori l’Inghilterra nei quarti, e poi regala forti emozioni grazie alle prodezze del suo campione più bizzoso: Balotelli. SuperMario – che sarà capocannoniere del torneo ma insieme anche a Torres, Gomez, Mandzukic, Dzagoev, Ronaldo… – mette mette a tacere le critiche nella semifinale contro la Germania segnando due reti – la seconda da antologia calcistica con annessa la più balotelliana delle esultanze – che ci spediscono dritti in finale dove, con una difesa fisicamente a pezzi, veniamo travolti 4 a 0 dalle furie rosse.

È il passivo più pesante mai registrato nella finale di un torneo internazionale, ma io sono contento lo stesso perché ricevo un sms durante lo sconforto, che mi cambierà umore e, presto, vita.

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