Cristiano de André è un buon autore, con una carriera alle spalle oramai ventennale. Il primo disco lo fece nel 1979, con i Tempi Duri, che erano di fatto la traduzione dei Dire Straits in italiano. Poi, dopo un Sanremo da ventenne con un pezzo da non ricordare, verso gli anni novanta ha iniziato a tirare fuori la propria sensibilità. A volte uno parte prima, a volte parte dopo. Dischi come “L’Albero della Cuccagna”, “Sul Confine” o “Scaramante” testimoniano una bella vena, interessante e fossatiana: un bel modo di calibrare le parole, arrangiamenti ed intuizioni musicali non scontate. Questa sarebbe la sua parabola se si prescinde dalle sue radici. Il problema (e c’è chi dice la fortuna) è che è figlio di Fabrizio De André. E quindi, tutto quello che fa ed ha fatto viene automaticamente messo in relazione col padre. Altro che Edipo. Ci sarebbe materiale per un esercito di psicanalisti. E quindi Cristiano ha deciso di scendere a patti col padre, invece di ucciderlo. Specie da quando il lutto, quello vero ed accaduto vent’anni fa, è stato elaborato.

Quindi, Cristiano de André, come nelle botteghe artigiane di famiglia, segue le orme del padre e ne perpetua i manufatti. Con dignità, rispetto, osservazione. Con grande perizia musicale. Cristiano è un polistrumentista come in Italia ce ne sono pochi. Passa dal violino, al bouzouki, al piano, alla chitarra, con gusto e virtuosismo. Non da adesso: Fabrizio lo volle con sé negli ultimi tour, a suonare tutto quello che abitualmente suonava Mauro Pagani. A volte ci mette del suo, specialmente negli arrangiamenti. Lui viene dal rock americano, come gusto. A Brassens sicuramente preferiva Tom Petty. E lì sta la fondamentale differenza tra il padre e il figlio.

Quindi il concerto del 3 settembre in Piazza Duomo è stato questo: De André canta De André. De André figlio interpreta De André padre. Un progetto che dura da oltre dieci anni, ha già generato tre dischi dal vivo ed ha messo in ombra tutto quello che il buon Cristiano ha realizzato come artista indipendente dai macigni di famiglia. E d’altra parte, per questioni genetiche ed esperienziali, Cristiano rimane tuttora il più credibile interprete delle cose paterne. Nella scaletta un solo pezzo dai dischi di Cristiano, quella “Cose che dimentico” scritta appunto insieme a Fabrizio e che in qualche modo rappresenta il passaggio del testimone. Poi, la scaletta vede il meglio di De André padre secondo i gusti del figlio. I dischi più rappresentati sono Rimini e il disco dell’Indiano, che meglio si prestano alle suggestioni musicali care al nostro: i pezzi scritti con Massimo Bubola, che spesso ha collaborato anche con Cristiano autore, che hanno un retrogusto da classic rock americano (“Quello che non ho”, “Coda di lupo”, “Se ti tagliassero a pezzetti”, “Fiume Sand Creek”, e via e via). E poi, sì, autentiche perle. Poche, ma straordinarie. Il piano e voce di “Verranno a chiederti del nostro amore”. Le suggestioni tra vicoli e world music di “Creuza de ma”. Il crescendo continuo di “Amico fragile”, fedele all’arrangiamento della PFM. La preghiera laica del “Testamento di Tito”. Lì chiudevi gli occhi e Faber lo sentivi, è innegabile. E la gente ha ancora tanta voglia di sentirlo, Faber. Quindi, alla fine, ha ragione lui: ben vengano progetti e concerti come questo.

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