Tutti gli “HUA” dei Litfiba

Tutte le evoluzioni dei Litfiba, dalla Firenze degli anni 80 a oggi. Trentasette anni di carriera, stasera in concerto in piazza Duomo.

0
Condividi

I Litfiba che verranno a Prato sono di fatto i sesti Litfiba mai avvenuti. La sesta incarnazione, la sesta evoluzione. Sei in trentasette anni, più o meno consecutivi. Mica poche, eh. Segno o di grande vitalità o di altalenante coerenza, a seconda di come la si veda. Ma la coerenza non è materia da rocker. Come si fa con i Deep Purple, che li si distingue con la sigla Mark I, Mark II, Mark III e così via fino a Mark VIII a seconda della formazione, con i Litfiba si può fare lo stesso distinguo. La differenza non è data dai componenti della formazione, che bene o male – salvo litigi o lunghi periodi di pausa oramai dimenticata – negli anni è sempre girata intorno a Pelù e Renzulli, quanto dai differenti periodi di impostazione, progettazione, concezione della musica. Nella mancanza di una storicizzazione definita di questi periodi, opto per un’arbitraria partizione con definizione creata per l’occasione: li chiameremo Somme Unità Artistiche del gruppo, in inglese High Units of Arts, come sigla HUA.

Ogni HUA, nei Litfiba, è a sé stante, nel senso che raramente si contamina con l’HUA precedente o l’HUA successivo. Come il Bowie di Ziggy con quello soul di Young Americans, con quello Berlinese, etc. Lo so, il paragone è un po’ forzato, ma sfido chiunque a confrontare le scalette nei vari anni: non esiste mai un pezzo sempre presente, e tutto viene metabolizzato e riarrangiato secondo il gusto predominante del momento, secondo l’HUA corrente. Sì, è vero, Piero e Ghigo non sono così camaleontici né così sperimentatori come il Duca Bianco, ma va loro reso atto il fatto di essere in continua trasformazione, in transito continuo, di non fermarsi mai più di tanto. Solo l’ultimo degli HUA, nato espressamente per guardarsi indietro, contraddice quanto detto. Ma, passati i cinquanta, è bello anche tirare le somme e dare al pubblico quello che espressamente chiede. Finché dura.
Piccola rassegna degli HUA finora avvenuti.

HUA 1 – Noi conquisteremo la luna (1980 – 1983)

Si canta in inglese, ci si muove a scatti come la new wave ci impone, poi si inciampa in un italiano ancora acerbo ma assolutamente originale. Si canta di Dee del Fujiyama e di Raggi deboli che entrano ed illuminano. Si copiano interi giri del Bowie post-Berlino per narrare di uomini neri e di aria vuota nelle strade. Bowie poi viene ufficialmente omaggiato con Yassassin. Una cosa così, in italiano, in Italia, non c’era mai stata. Ed infatti il primo festival rock Italiano lo vincono loro, spostando così l’asse della creatività da Bologna a Firenze. Gli anni 80 vengono creati dal nulla. Punto più alto: Noi conquisteremo la luna, appunto. E l’intervista a TV Prato.

HUA 2 – Eroi nel vento e cambiare un’idea (Trilogia del potere, 1984 – 1988)

Ho visto la prima volta i Litfiba in quel mitico concerto del 12 maggio dell’87 in un Tenax stracolmo. Sono tuttora convinto che la voce che grida “Piero!” all’inizio del lato B del disco suddetto sia la mia. Lasciatemi questa illusione, non confutatela mai. Li ho rivisti a Vernio, insieme ad altre cinquanta persone, in quello che considero tuttora il più bel concerto del gruppo, in cui Piero ci invitava a saltare le inutili transenne, ci guardava negli occhi e stanava i nostri fantasmi. Non è più successo, almeno per me. Da Desaparecido a Litfiba 3 passando attraverso quel monumento che è 17 Re, il gruppo crea, attraversa e definisce la propria maturità espressiva. Piero si astiene ancora da certi manierismi, Ghigo fa della sua tecnica non esattamente virtuosistica la propria firma stilistica, la musica è veramente qualcosa di nuovo e di contaminato, di gusto anglosassone, di sangue latino, di carne italiana. Molto lo si deve alle scelte artistiche e agli arrangiamenti di Gianni Maroccolo, vero deus ex machina di molte delle scelte dell’epoca. Ma non è da solo: i Litfiba sono una macchina da guerra, cinque persone in un unico, nuovo, sentire comune. Non durerà molto. La discografia comincia ad accorgersi di loro e a lusingarli. Appunto. Punto più alto: difficile da dire, tre dischi pieni di capolavori. Dove peschi, peschi bene.

HUA 3 – Cangaceiri, Diabli, Gioconde, Terremoti e Spiriti. El ritmo fa bailar. (Quadrilogia degli elementi, 1989-1999)

Di HUA in questo periodo, a guardare bene, ce ne starebbero anche più d’uno. E’ il momento con più HUA di tutti. Ma per comodità, a posteriori, si raccoglie tutto sotto il medesimo periodo. Piero e Ghigo rimangono da soli, volenti o nolenti. Ringo viene allontanato, e di lì a poco se ne andrà per sempre. Maroccolo, in disaccordo con certi sviluppi, prende la porta e porta la sua esperienza e il suo gusto nei CCCP, poi CSI. Aiazzi un po’ sta, un po’ va via, fino a che non viene rimpiazzato definitivamente. E’ qui che Piero inizia ad esagerare, e Ghigo gli dà spago. L’animale da palco è un gran bell’animale. L’immaginario collettivo è creato, ed è bello vasto, rinnegando anche certe scelte di nicchia del passato. Il piacere a tanta gente è una gabbia seducente, ci confida in rima baciata. I Litfiba sono ovunque, riempiono le piazze, i Palasport e finanche le radio. Il messaggio è più urlato e meno raffinato, e la musica lo segue di conseguenza. Una serie di colpacci non da poco: Arriba Arriba El Diablo, Regina di Cuori mi mandi di fuori, Fata Morgana e via andare, fino a che non litigano anche tra di loro, e finché anche Piero non se ne andrà. I dischi sono quattro, come i quattro elementi, più un quinto realizzato da separati in casa, che però venderà più di quegli altri: il disco della fine, chiamato, per ironia della sorte, Infinito. Punto più alto: per quanto mi riguarda, i retrogusti tzigani di Lacio Drom. I singoloni fanno storia a sé, sono alti e bassi allo stesso tempo.

HUA 4 – Le stanze dell’oro e della seta (2000 – 2007)

Piero si tiene il simbolo (il cuore con le corna) e i musicisti, Ghigo si tiene il nome. Piero si lancia in una carriera solista pur non affrancandosi mai da Gioconde, Diabli e Cavalcamiocauboi a cui aggiunge Bombebumeranghe e Tori Loci. Ghigo fa una scelta più coraggiosa: prende dei giovani e riparte. Dal nome, ma riparte. C’è un nuovo cantante, Gianluigi Cavallo, probabilmente l’uomo più coraggioso della storia del rock italiano, perché a sostituire Piero nei Litfiba di coraggio ce ne vuole eccome. Ghigo e Cabo compongono nuovi pezzi, e suonano prevalentemente quelli, centellinando col contagocce la storia passata. Elettromacumba, La stanza dell’oro e della seta, pezzi anche con una loro dignità, ma quel nome pesante che portano purtroppo non li aiuta per niente. In questo momento i Litfiba sono un gruppo che conta tanti sostenitori quanti detrattori, tanti fans quanti sfans. Ghigo e Cabo vanno dritti per la loro strada. Quattro album che adesso non ricorda più nessuno. Il giocattolo si rompe quando Cabo si rompe le scatole, e lascia il gruppo. In seguito fonderà una startup informatica e riuscirà a venderla ad una multinazionale, guadagnando più di quanto abbia mai fatto col rock. Gli sfans toccano anche la carriera di Piero, che parte col botto col primo disco ma poi il giochino si affievolisce e tutti dicono che sì, Piero è sempre Piero, ma con Ghigo era un’altra cosa. Punto più alto: Elio e le Storie Tese che cantano “Litfiba, tornate insieme”.

HUA 5 – Gli effetti collaterali di un gruppo che non c’è (2007 – 2009)

C’è un momento in cui i Litfiba sono un altro gruppo ancora, ma non se n’è accorto nessuno. Arriva un nuovo cantante, Filippo Margheri, che non è il diavolo. Tutti quelli che lo sentono tirano un sospiro: il ragazzo si farà, forse è ancora un po’ acerbo ma si farà, di sicuro. Insieme a Ghigo scrive anche un pezzo niente male, “Effetti collaterali”, che però nei negozi non ci arriverà mai. Nessun disco ufficiale, solo qualche singolo digitale e qualche video. Qualche concerto, non tantissimi, ma poi quando la cosa inizia a farsi seria, arriva una telefonata. Non si sa fatta da chi a chi, ma c’è chi chiama e chi risponde. D’altra parte, anche dall’altra parte le cose non vanno come devono andare. Iniziano allora le trattative, e il buon Filippo Margheri è costretto a farsi da parte. Torna a fare l’ingegnere meccanico. Un vero peccato. Punto più alto: Effetti collaterali. Per forza, è l’unico.

HUA 6 – Ora (2009 verso l’infinito e oltre)

Nel dicembre del 2009 Piero e Ghigo tornano insieme. Lo fanno annunciandolo ai quattro venti e lanciando subito il tour della reunion. C’è una puntata, in Dallas, in cui per esigenze di copione si deve fare in modo che uno dei personaggi non sia morto trecento puntate prima, e allora si giustifica tutto dicendo che quelle puntate in realtà sono solo un sogno di uno dei protagonisti. E’ quello che succede in questo momento: si riprende dal 1999, tutto quello che è successo nei dieci anni successivi in realtà non è mai successo (e infatti, cosa è successo?). Stavolta è quella buona, si richiamano tutti i compagni di viaggio (più o meno, a fasi alterne – meno quelli un po’ scomodi), si fa un tour fingendo di essere nel 1999, poi se ne fa uno fingendo di essere nel 1988, poi uno fingendo di essere nel 1994. Ci si inventa anche una nuova trilogia discografica, la Trilogia degli Stati, giusto una progettualità la si deve avere, o la si deve far vedere. Ma poco importa, i vecchi fans (a cui ci si rivolge, quasi unicamente) sono contenti così, si ricompattano e accorrono tutti, con pancetta e famiglia al seguito. Qualche figlio, comunque, apprezza. Segno che lo spettacolo deve ancora cominciare. Punto più alto: il fatto che ci siano ancora. Hua.