Morta a ventisei anni nella notte fra il 4 e il 5 maggio per violenze e sevizie. Ritrovata nuda, in ginocchio, legata per i polsi a una sbarra orizzontale che segna la fine della strada, sotto un cavalcavia dell’A1, a Ugnano, frazione periferica di Firenze al confine con Scandicci. Si chiamava Andrea Cristina Zamfir. Capelli castani, carnagione chiara, romena. Indosso solo le scarpe.

L’ha ritrovata un passante, che ogni mattina percorre quella strada – Via del Cimitero – per andare a lavoro. Un chilometro più in là, sparpagliati sul terreno, gli abiti di Andrea. D’intorno una serie di villette e case a due piani, da dove spuntano due testimoni: una donna, che avrebbe sentito chiaramente dei lamenti, ma vivendo sola in casa è rimasta chiusa dentro per paura; e un uomo, che invece ha pensato che quegli strani versi in lontananza fossero di un animale e ha continuato a dormire sonni tranquilli.

La zona dove Andrea è stata portata e crocefissa è isolata e mal frequentata. Spesso gli abitanti si sono lamentati in passato con l’amministrazione comunale per il via vai di prostitute e tossici. Ma quel posticino nascosto invita chi ha bisogno di privacy e quell’andirivieni è continuato.

Le ipotesi degli inquirenti sono molte, ancora. È troppo presto per capire la dinamica e le indagini hanno bisogno di tempo. Di certo si sa che Andrea spesso si prostituiva per sbarcare il lunario e può dunque darsi che chi l’ha uccisa sia un cliente occasionale. Per ricostruire i suoi ultimi movimenti e contatti sarà utile il suo cellulare, ritrovato assieme ai vestiti. Altro dato inconfutabile è che sia stata legata quando ancora era viva. Lo dimostrano i profondi solchi sui polsi, frutto di un disperato tentativo di liberarsi.

E, nonostante magistratura e forze dell’ordine provino a tenere a freno ricostruzioni frettolose, sono ormai in tanti là intorno a collegare la tragica morte di Andrea all’episodio avvenuto un anno fa poco distante da lì, fra Prato e Calenzano. Era il 28 marzo 2013 quando una lucciola di via Novoli venne portata in un luogo altrettanto isolato da un cliente che l’aveva poi denudata con la forza, violentata, rapinata e crocefissa. Le sue urla però l’avevano salvata allertando i residenti e la donna, 46 anni, italiana, aveva ricomposto un prezioso identikit dell’aggressore: un uomo fra i 50 e i 60 anni, italiano, tarchiato e dai capelli radi alla guida di un’utilitaria bianca.

Col passare delle ore è, inoltre, emerso che questo non è l’unico caso simile. Di donne seviziate e crocefisse – ma rimaste vive – ce ne sono almeno altre tre dal 2009 a oggi: un’altra fra Prato e Calenzano e due nel territorio comunale di Prato. Le modalità dell’azione sono identiche e il sospetto che dietro ci sia la medesima mano prende sempre più campo.

Quando si parla di serial killer in zone come Scandicci, Calenzano e Prato va da sé che il pensiero corra al Mostro di Firenze, alle otto coppie massacrate nelle campagne del fiorentino fra il 1968 e il 1985, e a tutto il terrore che questa tragedia ha seminato per decenni inquinando la tranquillità di generazioni di innamorati. Il caso ha anche voluto che il pm di turno al momento della scoperta del corpo di Andrea sia proprio il sostituto procuratore Paolo Canessa, lo stesso che coordinò, sotto la guida del maestro e capo Pier Luigi Vigna, anche una parte delle indagini sul Mostro.

Suggestioni, certo, ma il terrore fa presto a cavalcarle per diffondersi e radicarsi. E Canessa lo sa bene. Per tutti – da queste parti – lui è ancora il magistrato del mostro. E questa etichetta sta rischiando ora di giocargli un altro tragico scherzo: alla vigilia del suo trasferimento a Pistoia dove in estate vestirà i panni di procuratore capo, la sua ultima indagine fiorentina qual è?
Che dire, ovunque andrà, Canessa resta e resterà per sempre il magistrato dei mostri di Firenze. Destino beffardo.

Fonti e approfondimenti:

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