Io sono un liberale. Credo fortemente nell’autodeterminazione dell’individuo e nella sua capacità di scelta, credo nella libertà, credo che i divieti non arrechino altro che il subdolo fascino del proibito a ciò che già ha il fascino del pericolo. Così, credo che le liberalizzazioni siano sempre un fatto positivo, se ben gestite.
La storia è piena d’esempi in cui l’aver vietato qualcosa l’ha resa ancora più voluta, permettendo alla malavita di impossessarsene monopolizzandola e costruendo imperi sul divieto.

Lavoro con le dipendenze da più di 10 anni, alcol, gioco, droga, sesso, sigarette. Tutta roba legale (ad eccezione della droga, anche se distinguere l’alcol dalla droga è una forzatura, visto che l’alcol è una droga).

“Dottore, ha presente il bar “XXXX”, ecco da lì alla fine della strada in direzione del centro era tutto mio, circa 23 appartamenti”, ricordo ancora lo sguardo della signora, mentre ripassava nella mente quel che fu. 23 appartamenti persi al lotto (si al lotto, l’innocuo, lotto).
“Siamo in ginocchio, non abbiamo idea di come faremo a raccontare ai nostri figli quello che mia moglie ha fatto… 45.000 euro persi al gratta e vinci in 6 mesi… i risparmi di una vita…”, e vedo gli occhi lucidi del signore che teneva per mano sua moglie, lacrimante.
Due esempi, su decine e decine che potrei raccontare. Famiglie in ginocchio, distrutte da una compulsione, da una dipendenza devastante, quella del gioco.

dipendenti del giocoPer tornare a casa passo tutti i giorni dalla rotonda davanti alla Questura, una settimana fa noto che il cartellone pubblicitario davanti al McDonalds ha cambiato immagine, adesso ci sono dei ragazzi sorridenti, e sotto la scritta incriminata “dipendenti del gioco”. Resto un attimo spiazzato e mi ripasso la frase in testa. “Del” e non “dal”, una vocale che fa un enorme differenza.

Io sono un liberale, forse l’ho già detto; penso allora una ovvietà: la liberalizzazione del gioco d’azzardo, ha creato posti di lavoro “puliti”, ragazzi che grazie alla manutenzione delle Slots, alla compilazione di schedine, alla vendita di gratta e vinci, hanno potuto costruirsi un futuro, magari pensare a metter su famiglia e fare tutte quelle cose che il precariato preclude. La domanda nasce naturale ed è, ma se non avessero trovato posto in questo settore, avrebbero comunque potuto trovare una stabilità? Probabilmente sì. Da questa conclusione nasce spontaneo un altro interrogativo: e se il gioco d’azzardo non fosse stato legalizzato, ci sarebbero comunque persone che si sarebbero rovinate giocando? Ancora una volta la risposta è probabilmente si.

La pubblica reprimenda contro quelle facce sorridenti, a primo impatto, è venuta a che a me di farla (io che di mio sono un liberale!) poi però ho pensato al messaggio che quel cartellone vuol veicolare. Il messaggio è che in un business moralmente discutibile ci sono anche delle buone cose, cose che se non fosse stato liberalizzato oggi non ci sarebbero (mentre continuerebbero ad esistere gli aspetti negativi).

Eppure che non va in questa liberalizzazione c’è, e molto, ma non è in quel cartellone.

1) Sono gli strilli dei quotidiani sulle civette “Vinti con un gratta e vinci 500.000 euro a Narnali”, per migliaia che si rovinano, uno che vince viene messo in prima pagina, con effetti (questi sì) devastanti sulla percezione di probabilità di vincita.

2) Le pubblicità in TV, uno Stato con la S maiuscola non dovrebbe permettere la pubblicità di niente che arrechi nocumento ai suoi cittadini, perché la pubblicità per sua stessa natura è subdola e persuasiva, e per essere liberi di scegliere non si deve essere persuasi in nessun senso.

3) La “non informazione”, si torna alla libertà, non c’è libertà senza conoscenza. Perché non istituire un patentino, per i giocatori? Puoi giocare solo se dimostri d’essere cosciente di quel che rischi. Facciamo seriamente formazione e informazione.

4) La mancata rete assistenziale; sono convinto che uno Stato dovrebbe poter creare solo i problemi che poi è in grado di gestire. Il GAP (o Gioco d’Azzardo Patologico) è una delle dipendenze più difficili da combattere. L’Italia è totalmente impreparata ad affrontare questa emergenza, quel che c’è è poco e spesso (non sempre per fortuna) di scarsa qualità.

5) Il mancato allarme sociale. Se una cosa è pericolosa, e il gioco d’azzardo lo è, allora deve essere scritto dappertutto. Non basta il “gioca con moderazione” che al pari del “bevi responsabilmente” non vuol dire assolutamente niente.

Così, se permettete questa breve riflessione d’uno psicologo liberale, non punterei tanto il dito contro quel poco di buono che il gioco d’azzardo ha saputo costruire (restando sul manifesto in questione), ma cercherei di evidenziare e se possibile risolvere quel tanto di male che resta al di là dell’ovvia scelta (a mio avviso) della liberalizzazione. Se poi la lettera di Emmaus e Libera Prato è servita a far nascere una riflessione sul gioco d’azzardo patologico allora ben venga, in questo caso, tutto, a parte il silenzio, è più che utile.

Dott. Cristiano Pacetti
Psicologo e Psicoterapeuta

Un commento

  1. Grazie Dott. Pacetti per la sua esposizione, ho molto apprezzato il suo articolo. Vorrei però riflettere sul significato che può assumere una comunicazione basata sul doppio senso o – se vogliamo usare gli stessi termini della pubblicità in questione – sul “gioco di parole”. Credo che questo espediente comunicativo dovrebbe anche tener conto del significato che le parole possono avere su alcune persone in particolare, quelle che di fatto sono coinvolte dal messaggio, direttamente o indirettamente. Giocare con la lingua italiana può essere molto bello e divertente ma lei mi insegna che la “ludopatia” non è un gioco e non lo è nessuna “dipendenza”, intesa come alterazione del comportamento di una persona per qualcosa che sconfina in un disturbo patologico. Il concetto di “dipendente del gioco” è sì da intendere come “un gioco di parole” ma è fuorviante e impreciso. Casomai i soggetti ritratti nel manifesto possono essere dei dipendenti del Monopolio di Stato, della AAMS, della SISAL, etc ma non del gioco tout court. Se lo fossero sarebbero di fatto dei ludopati e quindi fondamentalmente delle persone disturbate e, in tal caso, anche afflitte da un ego mostruoso, tale da spingerle a metterci la faccia e a promuovere pubblicamente la propria dipendenza… Le parole hanno un peso che può assumere un carico diverso in base al contesto in cui vengono dette e se sono usate per richiamare, per assonanza, per doppio senso o semplicemente per un gioco linguistico, altri significati. E’ un po’ come se chi partecipa a Master Chef fosse definito un “ricettatore” o chi utilizza le spezie in modo abbondante e frequente (tipo io col peperoncino che metto su tutto o con l’origano che metto sui pomodori) fosse indicato come “dipendente dalle droghe” o “drogato”, cosa diversa se fossi un tacchino nel giorno del ringraziamento, in tal caso potrei essere definito “ben drogato” senza timore di smentita e senza ledere la sensibilità di nessuno, tantomeno quella del tacchino… Insomma, i termini che hanno varie accezioni e queste declinate a significati che stanno ad indicare anche cose negative, credo che dovrebbero essere “maneggiati con cura” e da utilizzare solo “in caso di emergenza”. Firmato un “eroinomane” perchè mi piacciono i supereroi della Marvel… :-)

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