La scrittrice Rossana Campo sarà al Centro Pecci Books Festival a presentare il suo ultimo libro “Conversazioni amorose” (edito Bompiani). L’appuntamento è per sabato 8 ottobre alle ore 20,00. Trent’anni di carriera letteraria, oltre 20 titoli pubblicati, in questo nuovo romanzo racconta la storia di Lily, un’artista inquieta che si è rifugiata a Parigi, l’incontro con Philippe, uomo meraviglioso ma sposato, i conti mai chiusi con la madre che arriva nella capitale francese.

Una storia narrata col sorriso, con un cauto romanticismo e insieme semplice e piana come la vita vera, accesa dai dialoghi inconfondibili che hanno reso Rossana Campo celebre in tutti questi anni.

Trenta anni di carriera. Com’è cambiato il modo in cui concepisci e fa vivere i suoi personaggi in tutto questo tempo?

Sarebbe tragico non fosse mai cambiato. La mia attenzione è quella di tenere alcune cose ferme, quelle che mi piacciono e che mi interessano della scrittura, come scrittrice e come lettrice. Ho sempre avuto un certo fastidio nei confronti della pagina patinata, della frase ben scritta dallo scrittore che mostra il proprio pedigree per dimostrare quanto è bravo. Da sempre amo molto di più la letteratura un po’ sporca, come si diceva una volta.
Durante la mia carriera ho avuto modo di trovare dei compagni e delle compagne di strada con cui ho potuto confrontarmi e rafforzarmi su questo: Gruppo 63, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, oltre ad altri autori miei coetanei come Aldo Nove, Silvia Ballestra, Tiziano Scarpa. Tutte persone che sono riuscite a portare una nuova ondata nella letteratura italiana e che hanno trovato risposta nel pubblico che si rivedeva. Se prendi il mio ultimo romanzo, Conversazioni Amorose, è appunto come dice il titolo un dialogo continuo trai personaggi che si incontrano, ci sono pochissime descrizioni sempre fatte attraverso gli occhi dei personaggi. Parlando di novità nell’approccio alla scrittura, per esempio, è la prima volta che ho scritto utilizzando la terza persona, per cambiare e mettermi alla prova.

E come si riesce a non cascare in alcuni “tecnicismi” o scorciatoie più semplici e magari già rodate dopo tutti questi anni?

Io trovo che la letteratura, come anche poi le altre arti, la pittura, il cinema, la musica, siano dei luoghi liberati. Sono i luoghi dove possiamo arrivare a qualcosa di essenziale, di autentico, del nostro passaggio sulla terra. Pensiamo a quanto è brutto tutto il linguaggio utilizzato dai media, non tanto da un punto di vista estetico, ma perché porta a pensare in un modo banale. Io penso che la grandezza di alcuni scrittori e scrittrici sia quella di sovvertire in continuazione alle regole grammaticali e sintattiche, non per fare un giochino tecnico, ma per provare a pensare in un altro modo, in un modo autentico, che poi è quello che ci fa sentire vivi.

Ripercorrendo la sua carriera letteraria fino ad arrivare a questo ultimo libro, sembra che ci sia un minimo comune denominatore trai personaggi che ha raccontato, una certo tipo di umanità.

I miei personaggi sono uomini e donne un po’ sbandate, marginali, senza molte certezze psicologiche, materiali o emotive. Sono questi i personaggi che mi fanno vibrare, che mi danno energia e voglia di scrivere. Ovviamente nel tempo sono cresciuti insieme a me, ma rimangono sempre precari e sbandati, anche perché raccontare la storia di qualcuno che si sente arrivata o arrivato credo che sia noiosissimo.

Lily, come tanti altri suoi personaggi, si portano dentro delle cicatrici che arrivano da esperienze passate. Qual è il suo rapporto con le cicatrici?

Le cicatrici sono molto importanti. C’è una frase bellissima di una scrittrice francese Virginie Despentes che dice “questa nostra storia sta su di noi come dei tatuaggi sontuosi”. Sono tatuaggi, quindi sono qualcosa che impresso sul nostro corpo e non possiamo fare finta che non ci sia: ma possiamo decidere di rivendicarli, anche se sono cose che ci hanno causato dolore. Stanno lì, insieme a tutto il resto di quello che siamo.

Perché oggi è ancora necessario raccontare storie d’amore?

Mi viene in mente questa critica americana che si chiama Vivian Gornik, che ha scritto una raccolta di saggi dal titolo “La fine del romanzo d’amore” dove suggerisce di smetterla di raccontare storie di questo genere. Io credo che le relazioni oggi siano cambiate per tanti versi, e che vada rivisto il modo in cui le dobbiamo raccontare. Ma le relazioni sono da una parte un forte motore narrativo, dall’altra continuano ad essere una cosa che ci tiene vivi. Noi incontriamo qualcuno e questo incontro ci muove, nel bene e nel male. Le relazioni d’amore non sono solo un uomo e una donna o due uomini e due donne. Sono anche le amicizie, gli incontri, le relazioni familiari. Da soli cosa facciamo?

A un certo punto del romanzo Lily viene definita dal suo terapeuta una “cacciatrice di verità”. Quale verità sta cercando?

Sta andando a caccia della sua verità. Che non è una verità ultima o assoluta, è la sua: il confronto con la madre, con questo amante con le amiche e il suo mondo. Essendo un’artista, il passo decisivo lo fa attraverso la sua arte: nel momento in cui decide di riprendere con una telecamera e intervistare sua madre – da cui era stata abbandonata da piccola – la vede e la incontra per la prima volta, e seppur in una piccola parte, la comprende. Questo fa l’arte e la scrittura: ci mostra che siamo esseri complessi, che tengono dentro tante cose e tante emozioni, non cercando di ridurre questa complessità a una frase, uno slogan o ad un’unica storia come la società di oggi ci impone.

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