Siamo a Barbados da un po’ di giorni e, dopo aver lavorato alla barca (pulire, pulire e pulire…), abbiamo iniziato a gironzolare per le spiagge della costa ovest e per le strade della capitale Bridgetown.

É stato un ritorno alla società intenso e caloroso di un tipo di umanità diversa. Barbados ci ha davvero sorpresi, abbracciati e coccolati.

Appena arrivati, dopo le regolarizzazioni per non soggiornare da clandestini, siamo andati al mercato del pesce (dove vendono pressoché solo “flying fish”) ed abbiamo pranzato in un baracchino. Lì abbiamo incontrato il nostro primo nuovo amico di Barbados che ha ribattezzato Damià “Rastaman”. É un ragazzo con gli occhiali, completamente pelato, che porta i turisti delle crociere in giro per l’isola ed é quindi vestito con una camicina bianca di tutto punto.

Ogni giorno che passiamo a Barbados lo incrociamo: per la strada principale della città, sul taxi mentre attraversiamo un incrocio, al mercato della frutta e verdura, in spiaggia…praticamente: ovunque! E lui gli grida “Hei rastaman!” Ed iniziamo a chiacchierare insieme!
Qua comunque tutti ci salutano “Hey man!” oppure “All right!” o “Yes man!” e la risposta quando ci allontaniamo é “Take care!” oppure “Enjoy!”, non sappiamo bene se lo dicono perché sanno di vivere in paradiso oppure perché vogliono bene un po’ a tutti gli esseri umani.
La verità é che la gente di qui ha un grande cuore. Se penso a come mi comporto io a Prato con stranieri e turisti, mi vergogno un po’ di me stessa: se mi fermano per strada chiedendomi informazioni gli rispondo e poi scappo via, dato che corro sempre come una trottola.
Qui invece se chiedi informazioni ti guidano e vengono con te portandoti fino alla persona che cercavi, parlano con questa spiegandole ciò che vuoi, oppure iniziano a fare telefonate per trovare tutte le informazioni necessarie.
Tutti ti conoscono, ti riconoscono, o se non ti conoscono ti salutano comunque.

Quando viaggi ti senti esposto e fragile perché non conosci le regole del gioco del paese che stai visitando e quindi sei disposto per forza ad aprirti, ascoltare, assorbire ció che ti circonda cercando di incontrare le persone.
Quando vivi la tua quotidianità invece dimentichi tutto questo e non cerchi l’altro, non hai tempo, sei pieno della tua famiglia, dei tuoi amici, dei tuoi hobby e gruppi di te stesso; hai davvero troppe cose da fare e contribuisci a rendere il tuo paese un fuggi fuggi. Dove nessuno osserva o ascolta l’altro.
Qui la gente credo sia più “ricca” di noi: hanno certamente piú tempo di noi perché anche i lavoratori alle 16:00 hanno finito, tutti hanno una casa colorata con tetto di lamiera e con il proprio giardino dove qualsiasi cosa piantino cresce rigogliosa e fa frutti, i giorni di festa sono tutti a fare il pic nic in spiaggia e grandi festini, il sole splende o se piove é solo “liquid sunshine” quindi passa veloce e contribuisce a rendere questa isola un caldo abbraccio umano.

Poi ci sono i rastaman che mi fanno sognare. Tutti magri con grossi pocchi di lunghi rasta in testa. Girano su vecchie bici. Allestiscono banchetti per strada dove vendono erbe (non quel tipo di erba) e oli naturali, oppure frutta e verdura. Damià con la barba che si ritrova e i capelli neri e sparati é uno di loro ed é amico di tutti.

Annoiati di restare in barca a pulire oppure di gironzolare per la città abbiamo preso un bus locale e ci siamo avventurati nell’interno per scoprire cosa c’é al di là delle spiagge e delle tante abitazioni che ricoprono buona parte della superficie dell’isola. Abbiamo trovato fattorie con mucche, vecchi mulini di canna da zucchero, pezzi di foresta tropicale, paesini locali, valli ancora piene di alberi e tante persone: abbiamo conosciuto Diana (faceva il battuto di verdure e ci ha aiutati a trovare la strada principale), un lavoratore di cuoio della fattoria delle mucche, una fioraia nel suo laboratorio che poi abbiamo rincrociato per strada sul suo furgoncino.

Poi siamo arrivati alla Highway per prendere il bus che ci avrebbe riportati a Bridgetown e lì abbiamo trovato la fabbrica di canna da zucchero. Erano le 16:00 e i lavoratori stavano uscendo ma un vecchio tipo che lavorava lì da giovane e il guardiano della fabbrica sono rimasti e ci hanno iniziato a spiegare come funziona la fabbrica ed il commercio internazionale dietro di questa.

Non capivamo bene il loro inglese ma non erano certo contenti di importare tutto da Us e London (cosí dicono loro) ed esportare tutto lo zucchero fuori dal paese. Poi ci hanno chiesto se eravamo americani o inglesi, pensando di aver fatto una gaffe, e quando abbiamo chiarito la nostra nazionalità hanno rincarato la dose. Avrebbero potuto fare una confederazione tra varie isole/paese dei Caraibi ma a quanto pare i paesi non sono mai riusciti a giungere a un accordo. La conclusione del vecchio mi é piaciuta molto peró: siamo tutti esseri umani e cittadini del mondo, non animali nel bosco che si mangiano tra di loro, quindi prima o poi dovremo imparare a crescere insieme. Saggezza popolare di un vecchio sdentato delle Barbados che ne ha viste passare di ogni tipo.

Adesso partiamo per Tobago, un’isola incontaminata a sud di Barbados! Vi aggiorneró la prossima settimana da lì cari amici Pratesi! Take care and enjoy!

3 Commenti

  1. Fantastico resoconto. Viaggiare senza saper osservare un po’ come restare a casa mentre tu ci porti con te con la tua sensibilità. Buon proseguimento!

  2. Grazie mille Massimiliano! Sono felice di portarvi con me e di condividere i pensieri che mi girano in testa! Saluti dai Caraibi!

  3. Ça fait du bien de ralentir, hein? C’est génial ce voyage. Continuez et amusez-vous bien.

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