Prato sfoggia un inaspettato asso nella manica e si fa esportatore di un modello ammirato e agognato da tutti, che le rende lustro e onore. In che ambito? Nella facilitazione linguistica, che non si esaurisce – attenzione – nell’insegnamento dell’italiano ai figli degli immigrati, ma consiste nel creare veri e propri cittadini del mondo, ossia persone che vivono la diversità come la norma, apprezzandone l’immane ricchezza.

A raccontarci di quanto Prato sia avanti in questo progetto di intercultura è Alan Pona, facilitatore linguistico e formatore di docenti della Cooperativa Pane e Rose.

Tutto cominciò quando il Comune decise di appaltare il servizio di facilitazione e impose al Consorzio Metropoli, vincitore del concorso e rappresentato a Prato dalla Cooperativa Alice e da Pane e Rose, di assumere i professionisti di cui aveva bisogno attingendo dalla graduatoria comunale esistente da anni”. Si trattava, infatti, di una graduatoria fatta con tutti i crismi, che vantava facilitatori di grande livello e molto preparati, fra cui appunto Pona. Che prosegue: “L’incontro di queste nuove professionalità con gli esperti educatori e metodologi del Consorzio fu qualcosa di unico, fu l’osmosi: da qui tutto è nato, da qui è scaturito il Modello Prato, un connubio fortissimo, una contaminazione tra facilitazione e metodologia. Un metodo basato sulla formazione cooperativa, nella quale l’inclusione avviene all’interno della classe e parte dal gruppo-classe. Noi non ci limitiamo a seguire il bambino donandogli gli strumenti per imparare a parlare, lavoriamo per inserirlo nel microcosmo sociale che è la classe, facendo sì che la lingua la impari interagendo con i compagni. Di contro, stimoliamo i compagni a ricevere e ad arricchirsi dal contatto con culture differenti. E questo è un servizio pubblico incommensurabile, che esportiamo a livello nazionale. Siamo, infatti, reduci da una conferenza a Pavia dove abbiamo esposto il nostro modello e adesso andremo a un importante meeting a Bolzano sulla Lingua”.

Un approccio all’avanguardia, dunque, che pensa a costruire una società di integrazione e interazione. Un approccio che il Consorzio porta non solo nelle scuole pratesi, ma anche in quelle di Carmignano, Montemurlo e Poggio a Caiano.
“Il progetto con i Comuni della provincia si chiama Linc e prevede, appunto, moduli in apprendimento cooperativo nelle classi con bambini dal background migratorio. L’azione sarà portata avanti da due operatori in contemporanea: un facilitatore e un metodologo che affiancheranno l’insegnante in modo che – con quella che si chiama formazione in prossimità – anche quest’ultimo apprenda strada facendo”.

Qual è il vero punto di forza del Modello Prato? – conclude Pona – La commistione, la contaminazione fra facilitatore ed educatore. Insieme sono esplosivi. Il coordinamento didattico che mette insieme queste due figure otterrà risultati sorprendenti. L’obiettivo primario è l’inclusione scolastica e quindi imparare la lingua attraverso l’inclusione. È fare in modo che i ragazzi stiano serenamente nelle proprie classi di appartenenza. Questo è il Modello Prato. Le discipline le studiamo in classe, tutti insieme, perché le classi sono naturalmente un microcosmo di tanti bisogni educativi speciali. Si lavora insieme, perché la diversità è in realtà la normalità, e nella normalità è la diversità a dover essere valorizzata. Portare fuori i vari bisogni specifici non è il modello che vogliamo, nonostante nel resto d’Italia, purtroppo, si faccia così. Ma così facendo che modello trasmetti ai ragazzi? Che il diverso si ghettizza? Assolutamente no: bisogna abituare alla diversità, che è normalità e ricchezza. E i bambini questo lo sanno, è un atteggiamento innato. Siamo noi adulti ad attribuire ai bambini i nostri stereotipi e pregiudizi, ma in realtà loro respirano una cultura ibrida, ricca e aperta e se nessuno farà lo sbaglio di inculcare loro barriere e muri, cresceranno liberi e aperti al mondo”.

E, senza andar troppo lontano, questa intercultura di cui Alan Pona tesse le lodi, non è che il modello che l’Italia ha sposato in più documenti ufficiali e che quindi dovrebbe essere la norma per tutti. “La contaminazione fra culture quale valore, linea guida, è sancita dalle leggi italiane. Basta con il concetto di assimilazione, che vorrebbe che ogni cultura si conformasse alla nostra; e basta con la multiculturalità, che rispetta la diversità, ma senza avvicinarvisi veramente. E a spiegarcelo a chiare lettere è Fioroni nel suo Documento La Via Italiana per l’Intercultura. L’obiettivo della Scuola italiana. L’Italia ha in materia una normativa d’eccellenza, alla quale il Paese deve allinearsi. Proprio come sta facendo Prato, grazie alla collaborazione fra il Comune, le Cooperative e le reti scolastiche. Cittadini del mondo si diventa non mettendo in vetrina le culture straniere, ma giocando con i bambini di altre culture”.

 

Foto di reteintercultura

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