La Teoria del potere di Malaparte quale chiave per capire la politica estera contemporanea. Ebbene sì, il pensiero che questo pratese illustre strutturò nella prima metà del XX secolo nel suo “Tecnica del colpo di Stato” resta attuale e anzi indispensabile per comprendere quanto sta accadendo oggi, eppure a Prato e in Italia nessuno sembra accorgersene. Se n’è invece reso conto il Comité Invisible, un gruppo di pensatori francesi che in due libri riportano in vita il Malaparte e le sue analisi, partendo dalle quali hanno costruito una nuova idea di rivoluzione, alla quale Amador Fernández-Savater un giornalista e opinionista spagnolo del Diario ha appena dedicato un saggio molto articolato.

“Tecnica del colpo di Stato – scrive Fernández-Savater – è un libro caduto nell’oblio. Di ispirazione machiavelliana, è un volume in cui Malaparte si propone di divulgare sia ai rivoluzionari sia ai conservatori il sapere necessario a occupare (o a difendere) il potere dello Stato. Partendo da alcuni esempi concreti come la rivoluzione russa o la marcia su Roma, Malaparte spiega un’idea a un tempo semplice e abbagliante: il potere è logistico e risiede nelle infrastrutture. Non è di natura rappresentativa e personale, bensì architettonica e impersonale. Non è un teatro, bensì una struttura in acciaio, un edificio in mattoni, un canale, un ponte, una centrale elettrica. Per conquistare il potere occorre appropriarsi non tanto dell’organizzazione politica e burocratica della società, bensì della sua organizzazione tecnica”.

Secondo il giornalista e scrittore spagnolo, l’esempio più calzante è l’analisi malapartiana della rivoluzione russa. Nel cuore del capitolo che lo scrittore pratese dedica alla rivoluzione d’ottobre, c’è il passaggio dedicato a una discussione fra Lenin e Trotsky, ossia fra il comitato centrale del partito bolscevico e la cupola del Comitato Militare Rivoluzionario. Secondo Lenin e il partito, il processo rivoluzionario consisteva nel sollevare e organizzare una sommossa generale delle masse proletarie che sfociassero nell’assalto al Palazzo D’Inverno; mentre per Trotsky e il Comitato Militare, invece, la rivoluzione non avrebbe avuto la meglio solo combattendo di petto il governo e andando incontro alle sue mitragliatrici, né tantomeno limitandosi a occupare palazzi o ministeri. Per fare una vera rivoluzione occorreva appropriarsi silenziosamente e all’improvviso dei punti chiave materiali della macchina statale: centrali elettriche e telefoniche, stazioni ferroviarie, ponti, porti, gasdotti e acquedotti. Come scriveva Malaparte: “Lenin è lo stratega, l’ideologo, l’animatore, il deux ex machina della rivoluzione, ma il creatore della tecnica del colpo di stato bolscevico è Trotsky”.

Il problema dell’insurrezione è di ordine tecnico, secondo quanto riporta il giornalista spagnolo analizzando Malaparte. Non è necessaria la partecipazione di massa ed eroica di migliaia di proletari, bensì formare e istruire truppe d’assalto di operai, soldati e marinai specializzati: meccanici, elettricisti, telegrafisti, radiotelegrafisti e via dicendo. “Una piccola truppa, libera e violenta, di mille tecnici”, scrive lo scrittore pratese. Questa truppa deve sottostare agli ordini di un ingegnere-capo con un piano scientifico della rivoluzione: ossia in Russia il medesimo Trotsky, che disse più volte di non fidarsi dell’impeto popolare, di non confidare nella partecipazione delle masse. Era convinto che lo Stato potesse essere conquistato con un pugno di uomini, che fosse solo questione di metodo, tecnica e tattica. “La rivoluzione non è un arte, bensì una macchina. Solo dei tecnici possono metterla in moto e solo altri tecnici possono guidarla”, diceva. Secondo la storia di Malaparte, le migliaia di tecnici di Trotsky si esercitarono per mesi in “manovre invisibili”, infiltrandosi in ogni dove, riuscendo a documentare e mappare la distribuzione e la localizzazione dei posti chiave, delle installazioni di luce elettrica e del telefono, dei depositi di carbone e grano, delle stazioni e dei ponti. Giunto il momento, si fecero beffe della vigilanza della polizia di Kerenski, concentrato a fermare le masse e impreparato all’attacco di piccoli gruppi, e presero tutte le infrastrutture dello Stato. “Agire con poca gente in un terreno limitato, concentrare gli sforzi sugli obiettivi principali, colpire direttamente e duramente, senza far rumore. Un’offensiva simultanea, repentina e rapida: appena due o tre giorni di lotta”.

“L’assalto finale al Palazzo d’Inverno fu spettacolare e passò alla storia – precisa il giornalista spagnolo -, ma in realtà fu semplicemente il modo di comunicare al mondo che il potere costituito era caduto, sgretolando un guscio ormai vuoto. È qui che s’inserisce la nota frase di Trosky: l’insurrezione è un pugno a un paralitico”.

Da qui si arriva all’oggi. I movimenti politici degli ultimi anni, conosciuti come “movimenti delle piazze” sono apparentemente più leninisti che trotskisti, per parlare con Malaparte. “I tunisini che hanno dato vita alla Primavera araba – scrive sul El Diario – hanno occupato la Kasbah. I greci hanno piantato le proprie tende di fronte al Parlamento in piazza Syntagma. I portoghesi hanno tentato di entrare con la forza nell’Assemblea della Repubblica. In Spagna, nel giugno 2011 è stato circondato il Parlamento catalano e nel 2012 il Congresso. Circondare, assaltare, occupare i parlamenti, i luoghi di potere istituzionale hanno attirato l’attenzione e il desiderio dei movimenti di piazza, ma non hanno messo in pericolo il potere effettivo, perché non si annida in questi edifici”. Ed ecco che qui torna in auge Malaparte.

Nel libro pubblicato nel 2007 e diventato in poco tempo un best-seller tradotto in molte lingue, il Comité Invisible, gruppo anonimo di intellettuali, riprende le preoccupazioni di Malaparte, aprendo un’alternativa all’azione sovversiva. E da Malaparte di riparte per superarlo nel nuovo libro “A nuestros amigos”, dove viene affrontata apertamente la questione rivoluzionaria, ossia il problema della trasformazione alla radice dell’esistente, ma decisamente andando fuori dagli schemi del comunismo autoritario che ha condotto ai disastri del Ventesimo secolo. “Nel capitolo dedicato all’analisi della natura del potere contemporaneo – scrive Fernández-Savater – il Comité Invisible afferma che il governo non risiede nel governo, bensì nelle infrastrutture che regolano e organizzano la vita quotidiana: internet, l’acqua, il gas, l’elettricità, il telefono. Tutte le Costituzioni sono carta straccia, perché la vera Costituzione è tecnica, fisica, materiale. I padri della Costituzione reale non sono professori, politici o giuristi, sono coloro che disegnano, costruiscono, controllano e gestiscono le infrastrutture tecniche della vita, le condizioni materiali dell’esistenza. Pertanto si tratta di un potere silenzioso, senza discorsi né spiegazioni, senza rappresentanti né dibattiti in tv. Al potere dunque è inutile contrapporgli una contro-egemonia fatta di parole”. Ignorare il potere politico e concentrarsi sulle infrastrutture, proprio come il Trotsky di Malaparte, ma spingendosi anche oltre.

“Non si tratta più ormai – spiega il giornalista – di appropriarsi dell’organizzazione tecnica della società, come se questa fosse in qualche maniera neutra o buona di per sé e quindi come se bastasse semplicemente metterla al servizio di altri obiettivi. Perché di fatto è proprio qui che starebbe l’errore catastrofico della rivoluzione russa: l’aver distinto i mezzi dai fini, l’aver pensato per esempio che si potesse liberare il lavoro dallo sfruttamento e l’alienazione dalla catena di montaggio capitalista. No: i fini sono insiti nei mezzi. Una catena di montaggio porterà sempre in sé un certo immaginario del lavoro e per cambiare le cose non si può semplicemente cambiare la finalità della produzione industriale. Ogni strumento configura e incarna una certa concezione della vita, implica un mondo sensibile. Google, un’autostrada o un supermercato sono decisioni di civiltà. La rivoluzione non sta nell’appropriarsi delle tecniche esistenti, né nell’ottenere che funzionino di più e meglio, come se fosse il contesto sociale a ostacolarne le potenzialità. La rivoluzione sta nel sovvertire tali tecniche, nel trasformarle, riappropriarsene, hackerarle”.

È l’hacker dunque la figura chiave nella proposta politica di questo Comité Invisible che si rifà a Malaparte. Ma non cadiamo nell’errore di associare l’hacker esclusivamente al mondo della rete e al terrorismo informatico, perché siamo fuori strada. “Un hacker – precisa – è chiunque abbia la curiosità di creare qualcosa di nuovo o di risolvere un problema. È un appassionato del sapere-fare. Possiamo benissimo pensarlo anche fuori dal mondo dei bytes, in un contesto sociale più ampio, come colui che si chiede e prova a far funzionare questo o quello, che si interroga su come poter interferire sul funzionamento di qualcos’altro, o su come può agire in altro modo. E ci tiene a condividere i suoi saperi”.

Come mai l’hacker è una figura così centrale nella proposta politica del Comité Invisible? “Viviamo circondati da scatole nere – aggiunge -. Quando accendiamo un elettrodomestico, quando paghiamo la fattura dell’acqua o della luce, quando compriamo qualcosa al supermercato. Il capitalismo non trionfa ogni giorno grazie a discorsi convincenti, bensì tenendoci legati alle sue scatole nere. Lo spirito dell’hacker rompe l’incantesimo di un mondo naturalizzato e normalizzato, al quale cerchiamo di adattarci come possiamo, rivelando il funzionamento, trovando gli errori, sperimentando nuovi usi. Il codice è la legge recita una massima centrale nella filosofia degli Hacker. È il codice tecnico, appunto, e non la legge politica a definire la realtà: il possibile e l’impossibile, i limiti e le potenzialità. Gli hacker vanno a metter mano al codice, ossia a quel che sta dietro la superficie in bella vista. Gli Hacker scompongono e alterano le tecniche per metterle al proprio servizio. E al servizio di tutti. Certo non si tratta di sostituire i mille tecnici di Trotsky con mille hacker, altrimenti il sapere resterebbe in mano a pochi. No, la differenza è che per un processo rivoluzionario effettivo occorre che tutti diventino hacker, la collettività intera, senza capi-ingegneri”.

È il mettere in comune il sapere la chiave. E non si tratta di opinioni sul mondo, bensì di sapere concreto su come fare e disfare. “Saperi che sono poteri. Potere di costruire e interrompere, creare e sabotare. Un diventare-hacker collettivo dove migliaia di persone blocchino un tal punto nevralgico di un megaprogetto di una infrastruttura che minaccia per esempio di devastare un territorio e le sue forme di vita. Un diventare-hacker di massa significa migliaia di persone che costruiscono piccole città capaci di riprodurre piccole comunità autosufficienti in tutto in poche settimane nel cuore delle grandi città”.

“Questo è quanto è accaduto nel maggio 2011 nella Puerta del Sol e in tante altre piazze delle città spagnole. Incatenare migliaia di saperi-poteri distinti per costruire un altro mondo dentro questo mondo. L’auto-organizzazione della vita comune, senza un centro né un ingegnere-capo, bensì partendo dalle necessità immediate che via via sorgono, coordinando in modo decentrato gli sforzi. Politicizzando tutto quello che il paradigma classico della politica lascia nell’ombra: la materialità della vita, tutto ciò che indichiamo come ‘riproduttivo’, ‘domestico’, ‘economico’, ‘sopravvivenza’, ‘vita quotidiana’ e che resta sempre fuori dallo spazio pubblico. Se il potere è ‘infrastrutturale’, si tratta dunque di hackerare le infrastrutture esistenti e costruirne di nuove, in relazione ad altre pratiche vitali e ad altri mondi in marcia. Una socializzazione di saperi che non prenda necessariamente la forma di un tutti-esperti-in- tutto, bensì quella di in una catena di alleanze, contaminazioni, connessioni”.

Le “manovre invisibili” dove oggi si preparano i processi rivoluzionari, secondo il Comité Invisible descritto da Amador Fernández-Savater sono tutti quegli spazi dove si condividono ricchezze, mezzi e saperi, gli hacklabs, i centri sociali, le scuole di conoscenza comune e di contro-abilità, tutti i luoghi dove si incontrano tecniche e forme di vita dissidenti. Meno meeting e più hacklabs è dunque la ricetta per la rivoluzione. E chissà se, come conclude il giornalista spagnolo, nel veder tali manovre, dal suo avamposto in Punta Masullo, nell’isola di Capri, la sentinella pratese Malaparte sorriderà…

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