centro pecci
fotografia di Valentina Ceccatelli

Sono le 20 di venerdì 8 ottobre 2021 quando, dal Centro Pecci, arriva una comunicazione all’apparenza innocua. Si parla dell’inizio della procedura di selezione di un nuovo direttore e della revoca, “in linea con quanto previsto dal contratto siglato da entrambe le parti il 16 febbraio 2021”, dell’incarico alla direttrice Cristiana Perrella, riconfermata per altri tre anni solo nel marzo scorso. Letta in questo modo, sembrerebbe che il Pecci abbia licenziato Perrella sulla base di un accordo che prevedeva questa soluzione.

Dalle pagine della Nazione però, il giorno dopo, l’ormai ex direttrice spiega che «Il mio contratto non prevede la revoca immediata dell’incarico se non per gravi motivi che francamente non mi pare esistano. Nessuno mi ha comunicato nulla. Aspetto di leggere le carte. Sono senza parole». Perrella si dirà poi pronta a portare tutto in tribunale e la faccenda potrebbe anche terminare qui se il presidente del Centro Pecci, l’economista Lorenzo Bini Smaghi, non fosse dovuto intervenire per spiegare le ragioni di un gesto all’apparenza tanto repentino quanto a conti fatti mal gestito e deleterio per l’immagine del Pecci e della città intera.

Un accordo verbale

Il riassunto è questo: alla scadenza, il Pecci voleva rinnovare il contratto alla Perrella solo per un altro anno, ma lei si sarebbe opposta, chiedendo invece il rinnovo per tre anni e al tempo stesso garantendo che si sarebbe dimessa quando richiesto. C’era insomma un accordo verbale con il Consiglio di Amministrazione e quando è stato chiaro che la direttrice non lo avrebbe rispettato, allora il CdA sarebbe intervenuto con forza. La direttrice spiega però che di “accordo” non si può parlare. «Non c’era nessun accordo. Le condizioni di un mio eventuale recesso anticipato, che mi era stato chiesto e che sarebbe comunque dovuto compiersi dopo un anno, dunque ad aprile, erano ancora da definire e in ogni caso condizionate a un’evoluzione dei rapporti serena e al mantenimento di rigorose condizioni di riservatezza, presupposti e condizioni che il Consiglio non ha rispettato».

Il pastrocchio targato Pecci sembra quindi compreso tra una legittima volontà di cambiamento e il modo in cui è stata portata avanti, secondo una dinamica che sembra orientata verso una burrascosa separazione simile a quella che qualche anno fa vide contrapporsi il CdA e Fabio Cavallucci, il precedente direttore. Cavallucci prima aveva affidato ad Artribune una lettera in cui invitava al dialogo l’assessore Mangani, al quale veniva imputata una certa ingerenza sulle decisioni del Cda, poi aveva denunciato la mancanza di fondi e infine scritto un’altra lettera, questa volta in risposta all’intervista in cui la presidente di allora, Irene Sanesi, spiegava gli attriti interni con il direttore. La questione venne chiusa dall’assessore Mangani con una delle dichiarazioni più dure che i suoi due mandati ricordino.

Numeri e investimenti privati

Il cambiamento rincorso dal Pecci è stato esplicitato da Bini Smaghi nelle interviste rilasciate dopo la bufera fatta scoppiare venerdì sera. L’attuale presidente ha ammesso che c’erano delle divergenze sui progetti e sulle ambizioni per il Pecci del futuro e che «Il mandato dell’amministrazione pubblica era aumentare il numero dei visitatori, allargare la platea anche all’Italia e soprattutto attraverso maggiori investimenti privati. E per averli bisogna che qualcuno creda che ci vuole il privato e che ci lavori. Ma andare in quella direzione non era nelle corde e forse nemmeno nel desiderio della direttrice».

Perrella, dal canto suo, ha difeso quanto fatto, ha lamentato le poche risorse messe a sua disposizione e poi ha detto che secondo lei il Pecci «vuole essere un progetto imprenditoriale e non culturale e non ha la solidità di una realtà come ad esempio il Castello di Rivoli, che ha saputo conservare una sua identità ben precisa e rafforzarla».

Il tema dell’intera vicenda sembrerebbe proprio questo. Come coniugare le due anime del Centro per l’arte contemporanea: quella che ne fa “la prima istituzione italiana progettata da zero con l’obiettivo di presentare, collezionare, documentare e supportare le ricerche artistiche di arti visive e performative, cinema, musica, architettura, design, moda e letteratura”, come si legge sul sito. E quella che vorrebbe farne il “punto di riferimento dell’arte contemporanea in Italia”, e quindi un luogo capace di proporre mostre di portata nazionale in grado di attirare ben più di 43mila visitatori l’anno.

A cinque anni dalla riapertura, il Centro Pecci sembra entrare nell’ennesima fase di rilancio. Con queste premesse, un compito ancora più impegnativo per chiunque ne erediterà la direzione.

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